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Ma i supervelocisti come Bolt sono umani? PDF Stampa E-mail
di Luca Speciani   

Ammirando le imprese olimpiche di Usain Bolt e dei suoi colleghi giamaicani e non, molti tra i commentatori ufficiali hanno osservato come la struttura fisica di questi campioni rasenti i limiti dell'umano.
Qualcuno ha giustamente ricordato come vi sia stata selezione nei confronti degli antenati (ahimé recenti, per nostra vergogna) di questi atleti, rapiti alle loro terre africane e trasferiti in centroamerica dopo viaggi massacranti, per lavorare come schiavi 15-20 ore al giorno nelle piantagioni di cotone. E' naturale che i sopravvissuti a questa tragedia fossero i più forti e robusti tra loro, ma la domanda da porsi è forse un'altra: si può dire che le caratteristiche che contraddistinguono le popolazioni di questa decina di nazioni (dalla Giamaica a Trinidad e Tobago, dalle Antille olandesi a St.Kitts and Nevis) siano specificamente "umane"? Ovvero, per non essere frainteso, la domanda è: l'evoluzione umana ha trasformato il corpo degli ominidi primitivi verso queste caratteristiche specifiche, o si è mossa in altre direzioni, di cui poi questa ha rappresentano una variante? La questione non è oziosa, e qualche lavoro scientifico può aiutarci ad orientare il nostro pensiero.

Nel Novembre del 2004 due studiosi americani, Dennis Bramble e Daniel Lieberman hanno pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature uno studio molto particolareggiato che - attraverso un meticoloso  esame di anatomia comparata - metteva in evidenza le caratteristiche peculiari che fanno dell'essere umano un corridore di lunga durata, in opposizione ai primati antropomorfi precedenti che avevano invece muscolature e strutture più orientate a corse brevi di caccia e fuga.
L'importanza della struttura da corridore di lunga durata (che si può trovare invece in popolazioni primitive del Kenya, dell'Etiopia, del Marocco, non a caso le nazioni più medagliate nel fondo e mezzofondo) è legata all'apertura di nuove nicchie alimentari raggiungibili attraverso lo "sfiancamento" per stanchezza di prede, anche grandi, la cui unica strategia di fuga era quella da leoni e tigri, dotati di scatto tanto veloce quanto breve (un po' come quello di Bolt). Un Bolt del paleolitico non avrebbe cacciato con maggiore efficacia di un leone o di una tigre. Un Paul Tergat o uno Stefano Baldini avrebbero invece potuto facilmente stancare diversi animali correndo loro al fianco per mezz'ora o più, ma avrebbero dovuto dotarsi di strumenti tendinei, muscolari e di rimozione del calore molto più efficienti rispetto a quelli delle scimmie antropomorfe. Da questa ristrutturazione anatomica (legamento nucale, lungo tendine d'Achille, ghiandole sudoripare, perdita del pelo, fibre rosse) è nata la possibilità di una dieta proteica più ricca, che ha consentito la contemporanea riduzione del peso dell'intestino e la liberazione di risorse ematiche per l'ingrandimento del cervello, e in definitiva, quindi, ha permesso la nascita di Homo sapiens sapiens, che si è piano piano completamente imposto su tutte le altre forme consimili.

Che cosa significa dunque questo? Forse che Bolt e colleghi siano meno "umani" dei loro compagni del mezzofondo o della maratona? La risposta è sì, ma non certo in senso dispregiativo. La grande variabilità interna consentita dallo sviluppo di Homo sapiens nel neolitico ha generato centinaia di varianti diverse, che ci hanno permesso di colonizzare i deserti così come artide e antartide, e alla fine abbiamo generato per selezione anche varianti in grado di sopravvivere al massacrante lavoro delle piantagioni di cotone con muscoli scattanti e veloci. Ma questo non deve farci dimenticare che l'uomo, nel senso del primo essere umano che si è stabilmente differenziato da una scimmia antropomorfa, è nato nella Rift Valley, in Kenya, e deve la sua sopravvivenza alla sua struttura da corridore di lunga durata, piuttosto che alle sue capacità di scatto.

Ricordarsi che "siamo fatti per correre" non è una semplice curiosità antropologica. E' un dato di fatto importantissimo che deve aiutarci a capire che se non facciamo movimento fisico il nostro corpo accuserà sempre e comunque un debito, nei confronti della sua struttura originaria. Un debito di salute, che ripagare può essere molto difficile. Quando sentirete qualcuno dire: "Guarda quei matti che corrono!" (come era quotidiana consuetudine una ventina d'anni fa) ricordatevi che, con tutta probabilità, i "matti" sono quelli che non hanno capito quanto possa fare loro male stare fermi.

 
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