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Il miglior farmaco per ridurre la pressione? La corsa PDF Stampa E-mail
di Luca Speciani   

Tutti coloro che operano in cardiologia, in diabetologia, in endocrinologia, in dietologia, sanno genericamente che il movimento fisico regolare è in grado di abbassare la pressione negli individui che hanno valori troppo elevati sia sistolici che diastolici. Uno dei meccanismi più immediati che favorisce questo fenomeno è l'aumento della cosiddetta "capillarizzazione" ovvero l'aumento in volume del letto capillare. Effetto di lunga durata che - oltre appunto a ridurre i valori pressori medi - migliora anche l'efficienza dell'ossigenazione dei tessuti, con positivi risvolti sulla qualità della vita. Ma una quantificazione specifica del vantaggio ottenuto con il movimento è cosa recente.

Un primo importante lavoro che determina l'effetto sulla pressione dell'attività fisica è quello di Whalton e colleghi del National High Blood Pressure Education Program (JAMA 2002), che definisce tale effetto pari a una riduzione di 5 mm Hg (millimetri di mercurio) nella pressione sistolica, con riduzione del 14% del rischio di mortalità per infarto. Lo studio è svolto nell'ambito di un'indagine più ampia relativa ad altre modifiche nello stile di vita come il peso corporeo, il consumo di alcool ecc. che sinergicamente possono contribuire ad ulteriori miglioramenti.
Ma uno studio ancora più dettagliato è quello finlandese di Gang et al. pubblicato su Hypertension nel 2004 che ha esaminato più di 20.000 persone, suddividendole per tipo di movimento svolto in tre categorie. Il livello più basso era quello dei lavoratori di concetto (impiegati ecc.) semisedentari. Poi c'era il livello intermedio di chi svolgeva un lavoro più attivo (commesso, magazziniere) oppure si recava a piedi o in bicicletta al lavoro (30') o lavorava in giardino più di mezz'ora al giorno. Infine vi era il livello di chi svolgeva un'attività fisica "istituzionale" (running, nuoto, bici) almeno tre volte la settimana. Posto pari a 100 il rischio di sviluppare patologia ipertensiva per i semisedentari maschi, il rischio della categoria intermedia scendeva a 63 (63%) e negli sportivi si abbassava ancora al 59. Nelle donne l'effetto dello sport era invece del 82% nella categoria intermedia e del 71% nelle sportive. La presenza di grasso corporeo influiva negativamente: per BMI (body mass index o indice di massa corporeo) tra 25 e 30 il rischio ipertensivo peggiorava del 18%, mentre saliva disastrosamente al 166% per BMI superiori a 30.

A nostro giudizio questi dati, se letti bene, sono esplosivi. Riduzioni del rischio ipertensivo di tale portata a fronte anche solo di blandi incrementi della propria attività fisica, dovrebbero essere di forte impatto su qualunque medico che rispetti il giuramento fatto in sede di laurea. Non solo gli sportivi veri e propri hanno forti miglioramenti del loro stato ipertensivo (presente o futuro) correndo, ma anche coloro che semplicemente svolgono un'attività aerobica continuata per una mezz'ora al giorno, sudando a sradicare erbacce, recandosi a piedi al lavoro, o in qualunque altro modo simpatico la fantasia ci suggerisca.
Ruberò alla Dr.ssa Lucini della facoltà di Medicina di Milano un'immagine che mi ha colpito: il farmaco è come un apparecchio fotografico dell'autovelox: lavora dove vi è un'infrazione, ovvero una malattia diagnosticata. Ma se io ho un'auto che rispetta i limiti ma che sta per infrangerli (in altre parole: un ragazzo che ha una familiarità a rischio per l'ipertensione, ma ancora sano), che posso fare? Farlo correre è l'unica arma che in questo momento il medico ha a disposizione per prevenire il problema. E il giuramento d'Ippocrate lo costringe a prescrivere movimento. Non farlo lo renderà corresponsabile dell'eventuale insorgere della patologia attesa.

 
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