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Che il consumo energetico di chi fa sport fosse più alto rispetto al sedentario era intuitivamente noto a tutti. Quanto lo sia e per quanto tempo lo sia era meno noto. Una ricerca del 2008 di Befroy et al. dell'Università di Yale ora ce lo spiega. Con risultati abbastanza stupefacenti.
Sono stati confrontati due gruppi di individui, uno composto da sportivi ("normali") l'altro da sedentari. Il controllo è stato effettuato, in diverse ore del giorno e della notte (quindi anche distante dall'attività fisica) su due parametri: la produzione di ATP del mitocondrio (la "moneta" energetica scambiabile dai nostri muscoli o utilizzabile per accumulare grasso) e l'attività del ciclo di Krebs (il ciclo biochimico metabolico da cui, appunto, l'energia derivante dagli alimenti si trasforma in ATP, in "moneta scambiabile"). In pratica il ciclo di Krebs dice quanta energia proviene dagli alimenti, mentre l'ATP prodotto dice quanta ne è stata trasformata in "denaro consumabile".
L'idea di confrontare questi due parametri è geniale, perché tocca un punto che è davvero poco chiaro a coloro che ancora nel 2009 ritengono, non senza una certa dose di ottusità, che "una caloria è sempre uguale a una caloria". L'energia proveniente dagli alimenti (e generata attraverso il ciclo di Krebs) può essere infatti trasformata tutta in ATP oppure solamente in parte. Il resto, naturalmente, si disperde (o viene utilizzato) sotto forma di calore, così da non contraddire i principi della termodinamica sulla conservazione dell'energia. Una caloria è dunque sempre una caloria, dal punto di vista della fisica, e tuttavia l'effetto biologico è molto diverso se quella caloria si trasforma in ATP (energia utilizzabile) o in calore (energia "di scarto"). A seconda della proporzione con cui questa trasformazione avviene (per i tecnici: a seconda del maggiore o minore disaccoppiamento della catena dei citocromi), avremo una maggiore o minore tendenza al consumo metabolico, con l'effetto immediato del "corpo caldo" di coloro che hanno un metabolismo alto, cioè consumano molto a parità di calorie assunte.
Chi è che decide se il mitocondrio (l'organello cellulare dentro cui si svolgono i cicli fin qui citati) deve "sprecare" più o meno energia? In modo diretto la tiroide, attraverso i suoi ormoni (fT3) il cui compito è infatti quello di disaccoppiare l'energia alimentare dalla produzione di ATP. Ma tutti sappiamo che la tiroide è governata dall'ipofisi (attraverso il TSH) e l'ipofisi a sua volta dall'ipotalamo (attraverso il TRH). Così come, da pochi anni, sappiamo che il TRH ipotalamico (vedi il fondamentale lavoro di Lechan et al. del 2006) è governato, attraverso un collegamento monosinaptico, dai neuroni ipotalamici sensibili alla leptina. Il che in ultima analisi significa che il nostro metabolismo non è un "dono divino" o una "condanna senza appello", ma può essere pesantemente modificato da interventi, anche graduali, su alimentazione, abitudine al movimento, gestione delle emozioni e dello stress, essendo i livelli di leptina (noto ormone prodotto dalle nostre cellule adipose) una conseguenza dei nostri comportamenti e del nostro stile di vita.
Il movimento fisico rappresenta dunque non solo una modalità semplice e piacevole per consumare calorie (il che non guasta), ma soprattutto rappresenta un potente segnale in grado di modificare le risposte del nostro cervello, trasmettendo all'ipotalamo un segnale di attivazione tiroidea che - in ultima analisi - contribuisce ad orientare il nostro organismo verso il consumo piuttosto che verso l'accumulo. La forza con cui questo avviene è stata quantificata dall'elegante lavoro di Befroy, che ha rilevato un 54% di incremento del consumo energetico BASALE nel muscolo di chi si muoveva, rispetto al muscolo del sedentario. Ovvero: gli individui sportivi consumavano il 54% in più rispetto agli altri, a qualunque ora del giorno e della notte, proprio grazie al meccanismo da noi riassunto. Negli sportivi infatti il rapporto tra energia prodotta con il ciclo di Krebs e energia "messa via" sotto forma di ATP era sensibilmente ridotto. Ovvero ancora: gli sportivi bruciano, i sedentari accumulano. Non bruscolini, ma il 54% in più.
C'è ancora qualcuno ingenualmente convinto che fare mezz'ora di cyclette o di camminata spedita equivalga solo a rinunciare all'equivalente calorico di una forchettata di pasta?
Chi fa sport induce il suo corpo (memore dello stimolo a creare un "corpo da cacciatore" appena percepiva un incremento nella quantità di movimento) a consumare. Perché chi si muove ha accesso al cibo (quindi non ha grandi necessità di scorte), e chi caccia deve avere un corpo tonico e magro. Chi resta sedentario, invece, nel paleolitico doveva avere un buon motivo per esserlo: ferite, malattia, rischio di essere predato. Il che naturalmente suggeriva una maggiore attitudine a creare scorte. Questo meccanismo evolutivo oggi scopriamo che è perfettamente riflesso nelle funzionalità del nostro cervello più antico, nelle profondità dell'ipotalamo.
E' dalla comprensione di questi meccanismi che può nascere un nuovo modo di intendere le dinamiche di ingrassamento e dimagrimento, abbandonando - finalmente e per sempre - la via perdente del "calcolo calorico".
Fare sport ci fa dimagrire non perché "consuma calorie" ma per i preziosi e insostituibili segnali che manda al nostro cervello.
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