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Queste righe sono apparse alla fine del libro “Lo ZEN e l'arte della corsa” pubblicato nel Luglio 2001 dall'Editoriale Sport Italia, casa editrice della rivista Correre (www.sportivi.it).
Ho chiesto alla mia compagna Antonella di scrivere questo capitolo. Le è venuto spontaneo scriverlo come se parlassi io. Leggendolo vi ho ritrovato dentro fotografie e vecchi racconti cuciti insieme con la conoscenza che oggi ha di me. Così l’ha scritto e così l’ho lasciato. Inutile dire che sottoscrivo ogni sua parola. Un famoso detto zen recita: «Prima che una persona studi lo zen, i monti sono monti e le acque sono acque. Dopo una prima occhiata alla verità dello zen, i monti non sono più monti e le acque non sono più acque. Dopo l'illuminazione i monti tornano ad essere monti e le acque ad essere acque.» È già tutto qui, il grafico della mia vita, in questa linea di trasformazione interiore descritta dal saggio zen. La mia famiglia d’origine, numerosa e umanamente molto variegata (con forti interessi in campo medico, letterario e spiritual-religioso) ha costituito per me un substrato umano molto stimolante. Con tale base la mia educazione naturale di curiosità, fantasia e spirito critico, mi ha portato abbastanza presto, diciamo intorno ai 10-12 anni (!) a capire che il mondo aveva avuto una bella fortuna a darmi i natali, e che dovevo assolutamente fare la mia parte in qualche modo. Non avevo ancora deciso come, ma questo rimaneva comunque di secondaria importanza. In realtà la mia vita era piena delle cose normali che si trovano nei ricordi di ciascuno: la scuola, le amicizie, le estati assolate e libere. Con in più, gradualmente, le prime passioni “da grande”, come l’impegno sportivo (che mi vedeva tenace e agonista), o quello politico (supportato da un senso di aggregazione e appartenenza che erano, ad un tempo, causa ed effetto della stessa convinzione). A ciò si aggiunse in seguito un percorso universitario che mi avrebbe portato ad essere un agronomo con una forte attenzione per il naturale (già allora, barlumi di saggezza!), ed un profondo rispetto verso l'ambiente e, di conseguenza, verso l’uomo. Ed eccomi, così, intorno ai 18 o poco oltre, fiero delle mie potenzialità, accanito sostenitore delle mie idee, certo che, giovane leone, posso guardare la savana con occhio vigile. Sono sicuro, le montagne sono montagne, ed io ho gambe forti per scalarle. Nei due decenni circa che sono seguiti, molti altri impegni e passioni sono entrati nella mia vita, o si sono profondamente trasformati. Alla formazione universitaria, per varie ragioni, non è poi seguita un’occupazione attinente, ma anzi mi sono ritrovato a fare (per di più con grinta manageriale) un lavoro da imprenditore informatico. Giacca e cravatta rigidamente d’obbligo (l’immagine!), l’occhio teso al cliente, ai suoi umori, ai suoi bisogni. Ogni successo riportato è una porzione tolta alla concorrenza e vale doppio. L'attività sportiva, dopo varie soddisfazioni giovanili, non avendo trovato uno sbocco professionale era stata praticamente accantonata ed il mio girovita me lo ricordava qualche volta di troppo. Nel frattempo avevo sposato la mia fidanzata e, nei tempi ritenuti buoni e giusti, avevo avuto due splendidi pargoletti, ancora oggi mia delizia e mio impegno. Non c’era rimasto molto del ragazzo idealista e passionale, tranne forse una costante vicinanza a metodi naturali di cura ed una decisa adesione, profonda e cosciente, alle medicine alternative, in particolare all’omeopatia, oggetto, non a caso, della mia tesi di laurea. Quando è successo che mi sono guardato e ciò che ho visto non somigliava più a ciò che sentivo di essere dentro? Uno ad uno gli elementi del paesaggio perdevano i loro connotati, e le montagne non sembravano più montagne: capivo di essere un uomo con un lavoro che lo voleva battagliero e volitivo, senza però tempo sufficiente per i bimbi. E un sottile disagio cresceva. Desideravo recuperare profondità e sincerità nei rapporti umani. Probabilmente non sono tipo da morbidi cambiamenti e strategiche variazioni. Forse mi si addice di più il rovesciare il tavolino. Così il primo passo mi ha portato via da quel lavoro che non mi stava più bene addosso. Naturalmente non parlo di un colpo di testa. Ho realizzato un progetto con un ex-compagno di studi, per anni socio impagabile e paziente destinatario dei miei sfoghi e tormenti. Abbiamo creato un'azienda vivaistica rivolta al naturale (secondo lo zen, quando dovevo vangare, ho vangato, quando dovevo annaffiare, ho annaffiato). Oggi sono impegnato a tempo pieno a seguire dal punto di vista alimentare e psicofisico un gran numero di atleti tramite internet, e - grazie alla collaborazione con lo Studio Medico SMA di Milano - opero come consulente nutrizionale e sportivo nell'ambito del controllo delle intolleranze alimentari e della rieducazione al movimento e alle corrette scelte nutrizionali. Per quanto riguarda la corsa, come forse avrete capito, ho ricominciato gradualmente, con ben altro spirito e ben altri intenti. Prima piano, quasi con timore reverenziale, poi lentamente, provando e sperimentando e capendo cose che, nella mia mente di ragazzo teso al risultato, non avevano linfa per attecchire e crescere. Al mio fianco oggi c’è una nuova compagna, anche lei capace di enormi e catartici cataclismi interiori. Ha arricchito la mia vita con una bimba che ha l’età del mio piccolo, così da costituire una coppia di “gemelli” diversi come il giorno e la notte, che si bilanciano e si equilibrano in una piccola dimostrazione vivente del ricongiungimento degli opposti. L’avvicinarmi al pensiero zen ha assecondato e guidato una mia naturale tendenza a guardare in profondità le cose, ed oggi cerco di portare questa pura e gioiosa coerenza in ogni strato della mia vita.
Sono in cammino. So cosa cerco. Aspetto sereno che le montagne tornino ad essere montagne. Per capire ancora meglio le mie motivazioni alla corsa, è possibile leggere anche questo pezzo, che inviai a Correre alcuni anni fa (credo nel '98), che riguarda il diverso atteggiamento maturato negli anni riguardo all'attività sportiva. |