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Impressioni da una rinascita PDF Stampa E-mail
Luca Speciani   
da "Correre" del 1998

Facevo l'agonista.

Avevo 18 anni, buone doti naturali e tanti sogni sotto la tuta. L'atletica (pista, ovviamente, dai 1500 ai 5000) era uno dei tanti impegni e obiettivi che mi ponevo: la scuola, la ragazza, la moto, l'indipendenza economica, le prime esperienze lavorative. Mi impegnavo a fondo: tabelle, allenamenti duri, fatica. Ed ero piuttosto forte. Gli altri, i più deboli, per me tutti "tapascioni".

A 22 anni avevo già finito la benzina. Stufo. Correre era diventato noioso e faticoso. Appendere le scarpe al chiodo era stato naturale e automatico.

In seguito gli impegni di tutti: casa, lavoro, matrimonio, figli. E 7-8 anni sono volati via senza che me ne accorgessi, lasciandomi 15 kg in più addosso (1-2 all'anno), e quel che è peggio, una totale inattività sportiva.

Qualche anno fa mi sono trasferito fuori città, e due anni dopo ho cambiato lavoro, riacquistando piano piano il contatto con la natura. "Correre" ha ricominciato a comparire in casa, e leggendo, un po' per volta, la voglia di muovermi ha rifatto capolino. Ma come fare a riprendere?

Abitando nei pressi del parco di Monza, ho provato ad andarci la domenica mattina: grasso, impigrito, l'ombra dell'atleta di un tempo. Ma là ho trovato un gruppo di "tapascioni" con la maglia arancione (che un tempo guardavo dall'alto in basso), di età variabile tra i 40 e i 65 anni, che semplicemente, serenamente, con gioia, correvano. Come io non avevo fatto mai.

Che lezione, ragazzi. Anni prima il ritmo di 6'/km mi avrebbe fatto sorridere. E invece con loro riscoprivo la gioia di sentire la fatica, riassaporavo la felicità di raggiungere una piccola conquista fisica ogni giorno. Quando qualche settimana dopo riuscii ad accompagnare i "vecchietti" per un'ora di seguito ero veramente raggiante. Neanche avessi vinto un campionato del mondo.

Vedermi arrancare (ex "primo della classe") per tenere il passo di amici 30 anni più vecchi di me, mi aveva regalato una bella dose di umiltà, e mi aveva fatto riscoprire il piacere di correre in libertà, indipendentemente da ritmi, tabelle, risultati. E correre era diventato per me una compagnia insostituibile, nelle brume invernali lombarde o al tramonto in qualche luogo di mare. Questo nuovo contatto col mio corpo (mai provato prima) mi metteva in contatto col mio io più profondo, come in una intensa meditazione. E la stanchezza dolce del dopo-corsa mi dava calma, serenità, apertura mentale, trasformandomi in un modo che era evidente a chiunque mi stesse vicino.

Un po' per volta ho cominciato a rubare spazi ad altre inutili cose, e sono riuscito a inserire due, poi tre allenamenti alla settimana. E un po' oggi, un po' domani, mi sono reso conto di perdere peso, di essere più tonico muscolarmente, più attento all'alimentazione. Mi sono accorto di volermi anche più bene.

Così, quasi senza accorgermene, ho ripreso anche ad andare forte. A 5-6 anni da questa mia "rinascita" ho elaborato una mia teoria di allenamento che farebbe rabbrividire i vari Rondelli, Massini ecc. Infatti "lavoro" sempre. Cioè ho eliminato il lungo lento, alternando, in ognuno dei tre allenamenti settimanali, tutti gli altri mezzi (medi, corti veloci, alternati, ripetute, salite) variando il programma a seconda della voglia, della compagnia, del tempo disponibile. Non pretendo che funzioni con altri, ma con me credo sia l'unico modo per andare anche un po' forte. Gareggio spesso, infatti, ma non forzo mai ai miei limiti. Ovvero: la condizione di partenza è che devo divertirmi, e migliorare un po' per volta. Se non mi diverto più, mi do uno stop, tiro un po' il freno.

Quest'anno ho corso una maratona a 3'40"/km (2 h e 36'), e per me è stata una soddisfazione immensa: per come ci sono arrivato e per quanto mi sono divertito. Ma ho anche chiuso una maratonina in Svizzera in 1 h e 10, battagliando fino agli ultimi metri con grintosi tedeschi e ostinati austriaci, godendo come un matto per le splendide sensazioni che provavo (di efficienza, di velocità, di gambe che giravano a 3'20"/km). Che, considerati i 6'/km di pochi anni fa, mi sembra un bel traguardo.

Riuscirò l'anno prossimo a superare in maratona il muro delle 2 h e 30? A 37 anni? Non lo so, e mi importa fino a un certo punto. È talmente bello quello che riesco a fare, che qualunque sia il risultato raggiunto, sento che sarò ugualmente felice.

Il vero campione, per me, non è quello che va più forte di tutti, ma quello che riesce a godere con pienezza della gioia di correre, di vincere, di realizzare un sogno. Non chi fatica e si distrugge per autocompiacersi nel sentirsi superiore agli altri. L'ho capito guardando la incredibile forza interiore di chi è felice anche di arrivare ultimo. L'ho capito leggendo "Correre" tutti i mesi. L'ho capito imparando a conoscere la ricchezza umana di chi ama la corsa.

Diciotto anni fa, forse, andavo un po' più forte di adesso. Ma non ero nessuno.

Oggi, scusate l'immodestia, mi sento un vero campione.

Luca Speciani

 
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