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"Lo ZEN e l'arte della corsa": presentazione di Attilio Speciani PDF Stampa E-mail
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Attilio Speciani   
Attilio Speciani, medico e immunologo, scrive una presentazione al testo che ne mette in rilievo gli aspetti biochimici e fisiologici, dando conferma alle intuizioni riportate con precisi riferimenti a lavori scientifici

Mi sembra di non ricordare la fatica, o di averla percepita come una cosa positiva.

Se ripenso alle gare che mi hanno dato qualcosa di importante (come una emozione da ricordare negli anni, una nuova best performance, o un risultato da mettere in cornice), e le confronto con altre gare di cui poco mi è rimasto, mi accorgo che l’elemento che maggiormente le differenzia è proprio il ricordo della fatica.

Senza bisogno di arrivare primo, il solo fatto di riuscire a superare sei corridori nel chilometro finale di una campestre, porta in genere a percepire lo sforzo in modo molto differente.

Ma il dubbio è forte: è la soddisfazione della vittoria (o del riagguantare i sei avversari anche se poi arrivi 354°) che ti fa alterare la percezione della fatica, o è all’opposto un diverso atteggiamento della mente che ti permette di raggiungere i sei concorrenti?

La lettura di questo libro mi ha aiutato trovare la risposta.

Esiste ormai una vasta base scientifica sulla interazione tra mente e corpo, e le mie  conoscenze relative a questa interazione e alla corsa, si sono quasi sempre molto bene integrate con le idee e i concetti che Luca ha espresso in queste pagine.

I tecnici (medici, biologi ed esperti vari) troveranno in corsivo, in fondo a questa presentazione, le citazioni bibliografiche dei lavori (tutti attualissimi e recenti) a cui faccio riferimento.

La prima cosa da ricordare è che la corsa determina un effetto profondo sulla psiche di qualsiasi runner. Oggi sappiamo con certezza (1) che anche il solo fatto di fare 30 minuti di corsa lenta al giorno determina entro 7 giorni un’azione antidepressiva sull’organismo, quantificabile e verificabile in modo statistico.

E’ interessante notare che questa azione è più rapida dei 15 giorni necessari alla comparsa della azione antidepressiva indotta dai farmaci.

A me, che da immunologo cerco di capire perché questo avviene, piace pensare che una buona parte del movimento della corsa è in realtà “volato”, al di sopra del terreno. E che alla fine di ogni corsa c’è un lungo tratto di strada che è stato “sorvolato”.

Il ritmico susseguirsi di salti  sul terreno determina la produzione di sostanze nervose (dette neurochine) che hanno un’importante azione sull’umore e sulla fisiologia dell’organismo. Quindi so che Luca ha toccato una verità scientifica quando dice che la corsa determina particolari effetti sulle persone. E’ anche vero, però, che la mente può a sua volta determinare effetti importanti sul corpo di chi corre, e sulla sua efficienza fisica.

Si sa, ad esempio, che con la meditazione zen vengono modificati in modo notevole i flussi cerebrali in alcune aree del cervello che si occupano della percezione dello spazio e della distanza (2). Si sa che il ritmo cerebrale “theta”  che origina nella parte frontale del cervello con la meditazione (o grazie agli atteggiamenti meditativi da attivare in corsa), determina la regolazione del ritmo cardiaco, per cui il cuore è meno sollecitato dagli stimoli nervosi che ne determinano l’affaticamento (3). Si sa che chi pratica la meditazione ha una netta riduzione della produzione delle catecolamine connesse allo stress (4).

In modo forse più comprensibile a tutti i runner, che non necessariamente devono conoscere le catecolamine per correre, ma che hanno imparato da subito a conoscere i lattati (o l’acido lattico), fin dalla loro prima esperienza di corsa, segnalo anche che oggi è documentato che il recupero da una prova muscolare standardizzata, e la reattività all’accumulo di lattati nel muscolo e nel sangue, sono nettamente migliori in chi pratica la meditazione che nei soggetti che non la fanno (5).

Questo importante lavoro svolto con atleti, ha controllato VO2 (consumo di ossigeno), concentrazione di lattati nel sangue e frequenza cardiaca, subito dopo un esercizio e a 10 minuti dalla fine dello stesso. Dopo sei mesi di studio, è apparso chiaro che la riduzione dei lattati circolanti era notevolmente più alta nei runner che avevano praticato la meditazione (pur non essendovi incidenza significativa su VO2 e frequenza cardiaca).

Che dire poi dei calcoli di Arcelli, secondo cui leggere riduzioni del costo della corsa (per es. da 0,90 kcal/kg/km a 0,85 kcal/kg/km) - come quelle che Luca sostiene si possano facilmente ottenere con la maggiore fluidità e coordinazione legate al correre zen - farebbero migliorare il personale di un buon maratoneta di ben 8’15”? (6)

La capacità di ottenere una consapevolezza diversa di noi stessi anche durante la corsa, può  migliorare la qualità del nostro gesto tecnico, dei nostri risultati, e della nostra stessa vita.

Non sono frasi fatte o parole avventate: altri studi hanno confermato che chi pratica la meditazione ha una notevole riduzione della produzione di lipoperossidi (7), cioè dei radicali liberi che determinano l’invecchiamento fisico e psichico. Sia del nostro intero organismo che, in modo più banale, della nostra articolazione della caviglia o della cartilagine del ginocchio che ci fanno (o ci hanno fatto) tanto penare!

Riuscire a ridurre i processi ossidativi nell’organismo significa di fatto rallentare i fenomeni di invecchiamento del corpo e della testa. Magari non abbastanza da farci ringiovanire tutti come nel film “Cocoon”, ma probabilmente in modo sufficiente a farci correre sereni per molti anni a venire.

Luca ha voluto provare a insegnarci come.
Attilio Speciani


Lavori citati:

1 - (Br J Sports Med 2001 Apr;35(2):114-117)

2 - (Psychiatry Res 2001 Apr 10;106(2):113-22)

3 - (Brain Res Cogn Brain Res 2001 Apr;11(2):281-87)

4 - (Physiol Behav 2001 Jan;72(1-2):141-46)

5 - (Br J Sports Med 2000 Aug:34(4):268-72)

6 - (E. Arcelli – La maratona: allenamento e alimentazione – Ed.Correre 1989: 11-13)

7 - (Psychosom Med 1998 Jan-Feb;60(1):38-41)

 

 

 
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