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Libri e Pubblicazioni

Lo Zen e l'arte di far muovere i nostri figli
Ed. Tecniche Nuove (febbraio 2008), € 19,90
 
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Un vento di scirocco... (racconto di Maria Luisa alla New York City Marathon) PDF Stampa E-mail
(2 voti)
Redazione Corsa, Mente e Corpo   
Un'italiana a New York - Maria LuisaIn sottofondo da Francesco Guccini, Scirocco, in Madame Bovary“Ricordi? Le strade erano piene di quel lucido sciroccoChe trasforma una realtà abusata e la rende irrealeSembravano alzarsi le Torri in un largo gesto baroccoe in via dei Giudei volavano velieri, come in un porto canale {…}” In sottofondo da Francesco Guccini, Scirocco, in? Madame Bovary

“Ricordi? Le strade erano piene di quel lucido scirocco
Che trasforma una realtà abusata e la rende irreale
Sembravano alzarsi le Torri in un largo gesto barocco
e in via dei Giudei volavano velieri, come in un porto canale {…}”

Luca Speciani è seduto, per caso, accanto in aereo sul volo d’andata Milano-Londra per la destinazione finale: New York. Mi sento tranquilla. Stanca e tranquilla. Dormicchio. Luca racconta, quasi sottovoce, che New York è un luogo dove non esista un adattarsi, si scende dall’aereo e ci si sente immediatamente a casa. Lo guardo sorridendo, chiedendomi se sia proprio così.
Ora sono qui, davanti allo schermo del computer, a distanza di quasi due mesi dalla maratona di New York, innamorata persa di Manhattan e di quel sentirmi immediatamente a casa e lo racconto a tutti.

Lo scriverei sui muri come Nanni Moretti quando gira per l’ospedale nel film Aprile scrivendo “epidurale per tutti”, ecco qui scriverei “Un soggiorno a NY per tutti. La maratona di NY Fatela! W NY! Mandatemi di nuovo a NY!”

La prima sensazione è di poter essere. Essere una runner che corre a Central Park di prima mattina, per una “sgambatina”, intorno ai laghetti e in mezzo alle foglie rosse e gialle d’autunno. Correre insieme a chi la maratona l’ha vinta, Giancarlo Leone, e che ha una faccia da simpatico compagno di corse in vacanza. Il pericolo qui è di girare a naso in aria a guardare in alto il cielo blu, i grattacieli, gli alberi, i colori che si confondono e di non capire quel “Ehi look at the moon!”. Così corro il rischio di sfasciarmi una caviglia a furia di fissare gli striscioni già montati dell’Arrivo. Come i bambini, troppo emozionati. Un’ora di corsa mattutina e una sbucciatura su un ginocchio e ad una mano. La colazione in albergo a dieci minuti dal parco. Poi si va a prendere il pettorale, che non ci si pensa più. Doppi controlli sull’identità e poi è giro negli stands insieme ai compagni di viaggio.

Ci fermiamo a guardare le possibilità di future maratone. L’estrema punta nord dell’Irlanda o il caldo della Jamaica a fine anno? E se ci buttassimo nella 100 kmi del sahara? Chiediamo informazioni sulle tappe, le piste, l’organizzazione.

Rido all’idea che se i maratoneti sono considerati folli, gli ultramaratoneti sono al di là di ogni possibile comprensione razionale.

Poi in giro per Manhattan, a guardare i tubi impiantati nelle strade che scaricano vapore in mezzo alle vie. A guardare il cielo e la gente che gira frettolosa, ma aperta a qualsiasi incontro. A capire che i riflessi dei grattacieli ti possono illuminare il viso a sorpresa e farti diventare protagonista per un minuto di un immaginario set cinematografico. A guardare come sono curati i look delle donne che si ripassano fard e lipstick. E poi riposo e poi fino a sera su e giù per la metropolitana densa di rifiuti e grondande di perdite di acqua.

Poi è il quartiere del Lower East Side in notturna e un bar-cafè dove si scrive, si naviga in internet e si chiacchiera e poi giù per un negozio di cd, e poi sono mille desideri di cibo e di vite parallele. Alla fine davanti ad un ascetico compare di corse mi tuffo in un gigantesco burrito in versione salutista (niente salse) e a dormire che domani si va.

Il secondo giorno mi vesto per la corsetta mattutina. Luca ci vuole portare sul ponte della gomma da masticare. Mi sembra un’uscita veramente lunga. Metto fuori la testa dalla porta della camera. Il corridoio è vuoto. Arrivo all’ascensore. Questo si apre e compare lui, Luca.

-Allora andiamo a fare la brooklinata?
-Certo! Ma come ci arriviamo?
- Con la metro
Ecco meno male. Per l’andata sono a posto.

Siamo in quattro: Luca, Carlo, il mio compare di corse durante l’anno, io e un ragazzo che arriverà in maratona a 3ore e 4 minuti. E’ una bellissima giornata. Usciamo dalla subway. Corriamo. Saliamo sul ponte. Ci facciamo le foto. Ripartiamo. Guardiamo la statua della libertà. La baia. Guardiamo Manhattan, i grattacieli, e pensiamo che siamo su un chewing gum. Ridiamo tutti come dei bambini. Non abbiamo piu’ età diverse, siamo eguali nella corsa e nel piacere. Risaliamo fino all’albergo, per le strade a zig zag. Comincio a capire quando dicono che non sarà facile. E’ un saliscendi continuo e fa caldo. Tanto caldo. Parliamo del doppio senso dei pipes piantati per terra. Lunghissimo tubi che servono per far evaporare la condensa che si forma nella metropolitana, quando devono fare lavori di manutenzione. La gente ci saluta e ci chiede se correremo domenica.

Poi è libreria e caffè e poi è scrittura di note emozionali sul taccuino e poi è acquisti di fumetti e poi è la scoperta del Rockfeller Center, con la pista ghiacciata per il pattinaggio, del film Serendipity (ve lo ricordate?) e poi è contemplazione del giardino zen del Moma nell’entrata libera del venerdì e nella luce del tramonto.

Poi è la sicurezza che dà questo intrico di strade dove si orienta anche un bambino e il paravento dei grattacieli intorno. E la sensazione di una protezione totale. Ora mi immagino la mente dei newyorkesi l’11 settembre 2001. E mi ricordo di me che guardavo fissa? in uno schermo TV? il fumo sopra Manhattan e che pensavo che NY fosse diventato un enorme set di un film e che dietro alle Twin Towers sarebbe apparso anche un enorme Godzilla.

Giorno della gara. Ore 7.45. Staten Island. Siamo in mezzo ad una nebbiolina che si appoggia ovunque e fa freddino. Il mio compare di corsa dice che gli ricorda la Milano-Pavia. Siamo arrivati qui con una fila di pullman alle sette di mattina (la partenza sarà fra due ore e passa) ed ora siamo sparpagliati in giro per questa che sembra una via di mezzo tra un campus e una base militare ai piedi del ponte. Migliaia e migliaia di gente accampata e proveniente da tutto il mondo. Le americane si riconoscono perchè si controllano il trucco. Le italiane mangiano preoccupate e controllano i muscoli. Chi fa yoga. Chi ride. Ci beviamo un caffè e poi primo giro ai bagni e massaggi ai muscoli e rimaniamo stesi sull’asfalto freddo. Il mio compare di corse non parla da circa mezz’ora. E’ preoccupato e a disagio. Troppa gente. Gli da fastidio. Non è abituato. E poi teme che siano troppo lenti e lo intralcino (me lo dirà solo dopo). Si guarda in giro sempre più preoccupato. Ci salutiamo. Ci auguriamo una buona corsa. Mi sento tranquilla.

Arrivo in mezzo alla sezione blu (Ho il pettorale di questo colore). Metto la sacca sul camion che le porterà all’arrivo e poi gironzolo, faccio stretching. Il tempo scorre. Stiamo per partire quando vedo una signora minuta chiaramente italiana. Io ho i colori della bandiera disegnati sul viso. Parliamo. E’ la prima maratona che fa. Spera di arrivare infondo camminando. Mi metto accanto. Chiacchieriamo. Si sta chiedendo se sentiremo il via, quando parte il colpo di cannone. Il colpo è talmente forte, che ridiamo. Il gruppo si compatta e cominciamo a muoverci.

Quando siamo sul ponte, non ci rendiamo conto se siamo già passate per la partenza.? E’ talmente immensa la folla davanti e dietro di noi. Il ponte è gigantesco. Ci siamo dentro immerse. ?

Entriamo in Brooklyn. Casette basse bianche a destra e a sinistra. Folla intorno. La signora si chiede perchè non stiano a casa a cucinare e riposare. Strade gigantesche. Il fiume dei pettorali blu è staccato da quello degli arancioni, che ci corrono a fianco. Corriamo accanto… mi sto divertendo e il ritmo della signora è lento, più lento del mio. Va bene così. Parlo. Batto il cinque con i bambini, con ragazzi con donne e signori distinti. Un prete in mezzo alla folla, dice in lombardo e facendo finta di continuare a camminare “viva l’Italia. Forza” Tra la folla mi sembra di vedere un viso noto. Davanti a lui, per terra, bucce d’arance. Lui con le fette in mano offerente è impassibile, come nel film “ Vita e morte a Las Vegas”, come nel “grande Lebowsky”. Lui è nato qui e vive qui. Lui è John Turturro, l’attore. Lo bacerei per la contentezza di vederlo qui. Prendo l’arancia e lo guardo. “thanks John”. Sorride. “Keep your moving” La signora attende. E’ solo questione di un attimo. E’ solo questione di uno sguarcio. Di uno sguardo nella memoria, su quel nastro che un giorno si riavvolgerà.

Corriamo corriamo. Ridiamo. Le spiego le parole che ci urlano dai bordi delle strade. Le spiego che cosa sta succedendo. Ma il mio passo prende il suo naturale ritmo. Ci salutiamo. Un bacio e lo scambio dei nomi per sapere come siamo arrivate alla fine. Vado vado via. Volo ad aeroplano. Passo per le strade dure ed assolate. Mi butto l’acqua addosso e il gatorade dentro la gola. Ci vogliono una ventina di minuti prima che arrivi nei muscoli. Non voglio arrivare piegata. Voglio godermi tutto questo. Queste urla. Questo calore. Corro al bordo destro. Tocco le mani. Batto le mie. Ballo sulle musiche. L’energia che dai torna indietro nel desiderio di andare oltre. Improvvisamente il silenzio. E’ il quartiere ebraico quasi Amish. Donne vestite di nero camminano silenziose. Uomini con cappelli a larghe falde e sguardo assente. Qualcuno ha portato una radio a braccio e butta lì musica facile. Poi la bandiera della pace sventolata da alcuni ragazzi. Poi arriva il ponte e poi un altro. Non so dove sono. E mi ritrovo al 25 kmo. Sono sul Queensborough Bridge. Il tratto piu’ duro, il tratto in solitaria. Vuoto e buio. La gente inizia a crollare intorno. Penso in un tono da cowboy metropolitano che questo ponte me lo sto prendendo passo a passo, respiro a respiro. Fuck you. Fermi. Piagnucolanti. Alcuni telefonano. Altri messaggiano. Io corro. E man mano che procedo su questo ponte-tunnel buio sento crescere un mormorio. Diventa sempre piu’ forte piu’ forte piu’ forte. La luce cresce, aumenta. Esco sulla curva in discesa e contropendenza in pieno bagliore di luci e grida. Qui fare l’aeroplanino è naturale. La comunità di irlandesi, dietro le balle di fieno sulla curva da formula uno, ci sta aspettando. Inneggiano. Urlano i nomi che ci siamo scritti sulle magliette e si riprende. Siamo sulla First Avenue. Si sale al Bronx. La marea di runner si snoda nella strada come un enorme serpente. Si corre. Arrivo allo spugnaggio. L’acqua è fredda. Me lo passo sui muscoli delle gambe. Viia. Il fiume di gente davanti e dietro è ancora tanta. Ultimo ponte. DI ferro. Corro, ma c’è un collo di bottiglia. Chiedo passaggio. Manderei volentieri al diavolo chi ci ha buttato su una fila. Poi discesa e si riprende l’ultimo giro a Manhattan. Sono oltre il 20 miglio. Oltre oltre. Vedo in lontananza gli alberi del Central Park. Ci sono. Vedo i grattacieli. Corro. Vado. Al 23miglio inizia la salita. Lo so. Non la sento. Il passo è fisso. Salto un ristoro. Vado. Collassi. Gente in crampi. Gente ferma. Vado. Vado. Central Park. Sono dentro. La folla è intorno. La folla mi spinge. Un enorme insieme di visi. E di mani. Il 25 miglio. Curva e poi salita. Columbus. Ci sono. Rientro. Passo. Passo. Arrivo. 26 miglia e 200 Fine. Cammino. Copertina termica sulle spalle. Chip consegnato. Medaglia presa. Siamo in coda. Sono sospesa tra stanchezza e felicità adrelanica. Vedo un ragazzo seduto ai bordi della strada. Vedo che ha ancora il chip. Glielo dico. Mi guarda diretto negli occhi. Non lo consegna. E’ il secondo anno. Della classifica e del tempo non gliene frega nulla. E’ felice così. Great! Gli dico e mi commuovo. Ecco il senso. Ecco questo. Vado con le mele e la bottiglietta di gatorade, che mi hanno dato, verso il camion delle sacche. Sono ancora in una folla lenta di gente coperta, come piccoli monaci tibetan,i d’alluminio griffato. Ho bisogno di stendermi. Ho necessità di togliermi cose bagnate. Alcuni stramazzano. Recupero la borsa. Stretching. Mi cambio. Olio sui muscoli pieni di sale. Sento le abrasioni bruciare. Mi lavo il viso. Bevo. Vado al punto di ritrovo dell’organizzazione. Il ragazzo romano mi guarda perplesso quando gli dico che vado in albergo a piedi. Glielo direi, ma non so se capirebbe, gli direi: ‘Vado in albergo a piedi. Vado lentamente a sedimentare passo a passo questo pieno di energia tra la 5th e la 3td Av. Sai come è. Non capita tutti i giorni di essere meditative come in “Sex and the City” nella luce del pomeriggio, su una strada affollata in mezzo ai grattacieli di Manhattan e con una medaglia al collo. Sai come è.”

2h e 22 min la mezza maratona 4h e 44 la maratona. Passo da metronomo lento e regolare. Piu’ lenta delle possibilità. Luca ha gridato al miracolo, visti i miei allenamenti altalenanti. Crisi metabolica nulla. Felicità totale. Divertimento puro.

E’ solo una corsa. Per me la piu’ bella del mondo, perchè se soffiasse...

{...}Soffiasse davvero quel vento di scirocco
E arrivasse ogni giorno per spingerci a guardare
Dietro la faccia abusata delle cose,
nei labirinti oscuri delle case,
dentro lo specchio segreto di ogni viso,
dentro di noi..
Francesco Guccini, Scirocco, in Madame Bovary


 
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