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Già, questo e' il mio modello di corsa al femminile.
| | | Ho sempre guardato alle società sportive con timore reverenziale. Dopo sette anni di corse in solitario, qualche mezza maratona e una maratona, ancora non riesco a pensarmi come runner. I veri runner corrono minimo 4 maratone all'anno, le mezze maratone sono prove in vista di altri eventi, si trovano al campo per sessioni di allenamento societarie. Va bene così, infilo le uscite settimanali tra figli, compiti, cucina e università, e sono contenta.
Corro da sola, il resto della famiglia ha altri interessi, e me la godo. Che piova o faccia un caldo africano, nel fango o nella neve, sono fuori, fuori da tutto. Ho il cielo che mi sovrasta e rivivo lo stesso smarrimento dei pomeriggi infiniti della fanciullezza. Lo voglio fare e posso farlo. Gambe scoperte, scarpe da corsa, una vera rivincita per quelle della mia generazione, quelle con la zia che alle tue prime mestruazioni ti snocciolava il decalogo della signorina: niente più pallone, o fionde (ehm.. ho giocato anche con un fucile da caccia), roba da maschiacci, solo compagnia femminile, non accavallare le gambe, non scoprirti, e soprattutto non correre! Persino adesso, se sono dai miei, esco quasi di soppiatto, preparo tutto in anticipo per passare dalla versione 'borghese' a quella da corsa il più velocemente possibile, per non essere notata, per sgattaiolare con un 'torno tra un'oretta' filtrato attraverso i denti.. Fuori! E il saluto che scambio quando incontro un'altra donna che corre da sola come me e' per dire: 'Ce l'abbiamo fatta anche stavolta, eh?'. Ora che ci penso, non mi e' mai capitato di desiderare di chiederle di unirsi a me o di sentirmi fare io la stessa proposta. E' che sei già in compagnia di te stessa, fai un continuo check up corporeo, hai da sistemare i pensieri che ti affollano il cervello, come le magliette nell'armadio dei ragazzi, o i 'chicchi', come li definisce la mia amica psicologa, trattenuti in bocca come mentine, da lasciare poi evaporare nelle nuvole.. Corro da sola, anche oggi, nelle vacanze liguri, unica donna di una compagnia di amici uomini, podisti da sempre, ufficialmente riconosciuti in paese come 'quei pazzi che corrono'. Ne sono onorata! Mi sforzo di parlare con loro di argomenti maschili, motogp, lavori stradali, autovelox, e loro carinissimi mi coinvolgono con le loro nozioni di tecnica di allenamento, sono aggiornatissimi!, di alimentazione, di marche di scarpe. In tutto siamo una dozzina, di tutti i livelli, di tutti gli stili, sulle salite di Lunigiana, attraverso i boschi o lungo il fiume. Li raggiungo al mattino con la stessa fretta che da bambina mi faceva precipitare fuori a giocare, la mela in mano, per guadagnare tempo. E non si parte se non ci siamo tutti, non usiamo il cellulare, basta il passa parola della sera prima, passiamo da casa a metterci d'accordo. L'itinerario cambia 'on the road', si corre fino al tempo limite previsto per non irritare chi ci aspetta a casa. Una volta, ci siamo dati tutti una ripulita dopo un violento temporale, per non tornare inzaccherati, così in disordine, alla nostra età. Mi sono venute in mente le volte in cui nascondevo le sbucciature e i graffi sanguinolenti, ben strofinati con la saliva, per non prenderle da mia madre. Sono i miei compagni, stringo i denti e faccio la dura quando vanno troppo forte, per non deluderli. Qualche volta fingo anche di capire quello che dicono in dialetto (ero convinta che belin fosse un aggettivo) e di non capire invece, quando fanno qualche commento spinto. Quanto sudano! Mi piace vederli in movimento, le occhiate veloci (all'indietro) per controllare che ci sono, quando mi accerchiano mi sento Madonna con le sue guardie del corpo intorno. E non mi sorprendo di sentire la fatica e continuare. La maratona e' donna. Torno indietro nel tempo, le lunghissime marce che devo aver compiuto milioni di anni fa, marmocchi appesi alla mia pelliccia, sguardo vigile al mio uomo che corre davanti con lancia e sassi per proteggerci. Deve essere stato in uno di questi spostamenti che e' nato il linguaggio. Di sicuro e' stata una donna a parlare per prima, per avvertire il compagno di un pericoloso rapace: 'Gu! Ocio! Gu!', o di un'altra femmina nelle vicinanze 'Gu! Zocc! Gu!'. Corro da sola e so di far parte di una 'banda' disposta a sentirsi felice, consapevole che la felicità e' anche dolorosa rinuncia e serena accettazione della realtà. E infatti adesso vado a correre e faccio le mie rinunce, a stirare le ultime due camicie, a spolverare di sopra, riconoscendo serenamente che sì, con una giornata così, cosa sto aspettando? Paola amica, ex pupil, e partecipante allo Stage Sportivo in Val d'Aosta del 2004 |