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Quell'insostenibile imperfezione chiamata corsa: fermarsi a un infortunio........
Premessa: capita, può capitare, succede, quella lieve contrattura, quel lieve dolore, che, sommerso, arriva piano piano oppure forte, fulmineo, esterno a noi. E' l'infortunio, una malattia per cui noi, amatori della corsa, neofiti oppure over- trentennali, runners, tapascioni, principianti, ci fermiamo.
Esiste una democrazia della corsa, democrazia senza divisioni di classe, tra atleti e principianti: la fermata
La fermata
La fermata è un fenomeno comune per chi fa del movimento, ma, giocando con le parole.... la fermata non è un fermo, e non significa restare infermo, ma uno stato di quiete naturale, vissuto da ciascuno di noi in modo diverso.
Alcuni si arrabbiano e si deprimono, altri indossano la maschera dello stoico, diventano dei rinunciatari. I golosi si consolano nel piacere del cibo, e gli isterici mettono alla prova il loro prossimo…….
Gli studiosi del comportamento umano direbbero che esistono diversi stili cognitivi nell'affrontare il trauma della corsa. Ma come è possibile che la corsa, quell'insostenibile stato di leggerezza e di sana fatica, possa trasformarsi in un trauma?
Corsa come trauma o corsa... come soggetto?
Come la passione del desiderio, la passione del bene o del male, la corsa è una passione.
Una passione speciale, che oscilla tra l’assoluto e l’imperfezione.
Rimaner fermi, settimane o mesi, dopo impegnativi allenamenti, è un trauma.
Il corpo non risponde, è muto e dolente. Il movimento procura dolore. Oppure il dolore si annida in un piccolo punto, cosi forte da abbassare ogni soglia di tolleranza.
Esistono diversi modelli clinici che spiegano la neurofisiologia del dolore e l'esperienza del trauma, ma ciò che segna e rende soggettivo l'incontro con l'infortunio non è l'intensità o la frequenza dei sintomi, ma il significato che viene attribuito all’incidente di percorso.
Ogni persona è un soggetto diverso, con una storia e singolarità particolare.
Il soggetto, fin da bambino, è immerso nel linguaggio ( Lacan ) è con il linguaggio che dovrà fare i conti.
Per chi non pratica la corsa, la corsa è pericolosa .
" alla tua età non sei un fiorellino " " lo sai che le ginocchia non tengono, te lo dicevo"
L'esperto
Sentire l'esperto è un grande sostegno, perché la scienza smentisce i pregiudizi sulla corsa. A volte, però, l'esperto non riesce a contenere le ansie per cui si assiste al fenomeno del pellegrinaggio... da un sapere a un altro sapere, per comprendere la genesi e la meccanica dell’infortunio.
Che fare ?
Sì, ricordo i giorni del mio incidente. Sono stata investita, in bicicletta, da una macchina su una pista ciclabile. Avevo corso, in estate, quasi ogni giorno e mi trovavo in ospedale, con tre compagne novantenni, che alla notte non dormivano e raccontavano la loro vita fatta di guerra, figli, lavoro.
Quelle donne, sulle montagne, ai tempi della guerra e nelle fabbriche bombardate, si erano allenate alla fatica, avevano camminato e lavorato . Non si erano arrese ai lamenti perché avevano un cuore capace di reggere i crolli della guerra e della miseria.
Il loro cuore batteva ancora in quei giorni di ospedale e segnava la scansione dei loro racconti. Racconti di vita, continui o spezzati, imperfetti e mancanti, in movimento.
Ascoltandole, ho capito, dopo l’incidente, che nella vita le cose importanti non sono le cose che facciamo, ma le persone.
Sapere tante cose, non sempre aiuta…. Il desiderio di conoscenza non va confuso con la ricerca bulimica di fare e sapere tutto.
La fermata: stato di attendismo o tempo di ascolto?
La corsa , Ideale assoluto o … sostenibile leggerezza di imperfezione ?
Silvana Rosita Leali
psicologa e psicoterapeuta
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