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Un allenamento MBW: il CRI PDF Stampa E-mail
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Redazione Corsa, Mente e Corpo   
Allenare la mente a gestire dolore muscolare e crisi metaboliche (CRI) E’ capitato a tutti, anche ai migliori atleti, di ritirarsi. Si vive una brutta sensazione, come di un qualcosa che ci attanaglia il ventre, ed è un misto di vergogna, insoddisfazione, non realizzazione di ciò che ci aspettavamo. Sappiamo bene cosa ci succede “dopo” esserci ritirati. Ma la fatica e il dolore che viviamo “prima” sono evidentemente talmente forti da fare passare in secondo piano l’umiliazione che seguirà.

La prima domanda che dobbiamo porci dunque è se il dolore che proviamo durante lo sforzo atletico sia veramente così insopportabile da non poter essere talvolta superato (sto parlando naturalmente di dolore “normale” legato ad uno sforzo fisico intenso e prolungato, non di quello che può nascere da un infortunio, da una caduta o da una malattia).

Per rispondere a questa domanda dobbiamo prima capire che cosa sia veramente il dolore. Ci può aiutare V.S. Ramachandran[1], docente di neuroscienza all’università della California, che ha condotto numerosi esperimenti su individui privati di un arto o con profonde lesioni cerebrali. La percezione del dolore non sembra infatti essere un dato incontrovertibile, quanto piuttosto “un’opinione”, che può essere influenzata da numerosi fattori esterni e interni. In esperimenti condotti con persone prive di un braccio, ma che provavano intensi dolori (per esempio) alla mano, provocati dall’immagine del proprio pugno (inesistente) che si chiudeva su se stesso conficcando le unghie nel palmo, lo scienziato è riuscito a farli cessare semplicemente mostrando al paziente (con un ingegnoso gioco di specchi) il riflesso della sua mano sana, come se fosse quella mancante. Ramachandran ha correttamente supposto che le percezioni dolorose (reali o immaginarie) prima di arrivare ai centri del dolore presenti nel cervello, dovessero prima attraversare delle aree cognitive cerebrali per essere “interpretate”. Il feed back visivo proveniente dall’immagine senza le unghie conficcate nel palmo, è stato sufficiente ad annullare del tutto la sensazione dolorosa. Ovvero è possibile “imbrogliare” il cervello per attivare dei suoi meccanismi naturali di controllo.

Da notare tra l’altro che il paziente conosceva perfettamente il fatto del gioco di specchi. Portato il “macchinario” a casa, lo usava tutte le volte in cui insorgeva lo spasmo doloroso. Quindi non era la coscienza ad essere imbrogliata, ma un meccanismo inconscio di feed back cerebrale, che tuttavia funzionava perfettamente.

Questi esperimenti (ne ho citato uno tra numerosi) hanno portato lo scienziato ad affermare che “sembra incredibile che un’illusione ottica serva a eliminare la sofferenza, ma non bisogna dimenticare che lo stesso dolore è un’illusione, costruita, come qualsiasi altra esperienza sensoriale, esclusivamente dal cervello”.

Vediamo allora come possiamo interagire con questa capacità cerebrale di interpretare il dolore come più o meno sopportabile.

Nel capitolo sulle basi scientifiche si è già discusso di come il filtro cognitivo possa agire nella riduzione della percezione della sofferenza. Su “Correre” Trabucchi ha scritto: “Le gambe segnalano al cervello la propria stanchezza, ma anche il cervello può trasmettere alle gambe segnali di stanchezza”. Se il circolo diventa vizioso, possono essere guai seri.

Sottoponendo il corpo a carichi crescenti nel corso della stessa seduta (come in un “progressivo”), si registra nei circuiti neurali una reazione di incremento del ritmo, abbinata alle sensazioni di fatica sempre maggiore, che insorgono dopo un certo numero di km. In pratica, è come se stringessimo con un unico laccio la reazione di incremento di ritmo e la sensazione di fatica crescente, con la possibilità di ripescare il primo (l’aumento di velocità) ogni volta che si verifichi quella particolare sensazione.

Il legame mentale tra le due sensazioni consiste in uno specifico circuito neurale che è stato definito da Hebb[2], e su cui ci siamo soffermati nel capitolo sulle basi scientifiche.

La modalità di associazione di queste due sensazioni – che è alla base dei meccanismi neurobiologici della percezione - dura però pochi minuti, se non interviene qualche fattore ulteriore che ne determini la fissazione in una forma di memoria più stabile.

Il legame tra le due sensazioni allacciate, viene fissato stabilmente nel cervello, solo se la situazione (l’allenamento) riesce trasmettere un messaggio emotivo, attraverso la mediazione dell’amigdala (come descritto da Davis e Le Doux[3]). Se questo avviene, il ricordo si fissa, e l’organismo è portato a reagire in quel modo (positivo e reattivo) ogniqualvolta si presenti una situazione analoga. Ben diversamente da chi, non mentalmente allenato a questo, tenderà subito a “cedere le armi” per la troppa stanchezza percepita.

[1] Ramachandran V.S., Blakeslee S. – La donna che morì dal ridere (e altre storie incredibili sui misteri della mente umana) – Mondadori 1999

[2] Hebb O.D. – Mente e pensiero – 1982  (in vendita nel "Negozio di Antonella")

[3] Le Doux J. – Il cervello emotivo – 1998  (in vendita nel "Negozio di Antonella")
[4] Wallace R.K. - Fisiologia della coscienza – Tecniche Nuove Milano 1993
 
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