Libri e Pubblicazioni
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Ed. Tecniche Nuove (febbraio 2008), € 19,90
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Il Mind Body Work: introduzione al libro Mente&Maratona |
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Luca Speciani e Pietro Trabucchi
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di Luca Speciani e Pietro Trabucchi
Mente e corpo nell’attività sportiva: una separazione impossibile
“Possiamosperare che la nostra realtà “consensuale” abbia un alto grado diaccuratezza rispetto alla realtà fisica, ma assumere automaticamenteche l’abbia è una concezione molto limitata.” (Charles Tart)
Molticertamente ricorderanno in “Alla ricerca del tempo perduto” il famosoepisodio della “madeleine”. Marcel Proust fa sprofondare nel ricordoil protagonista del libro, nel momento preciso in cui intinge unbiscotto (appunto la “madeleine”) nel tè: immagini e sapori del passatoche sembravano ormai dimenticati si spalancano nella mente delprotagonista del romanzo. Va bene ma che c’entrano i biscotti con lamaratona? C’entrano, pazientate ancora un attimo.
Quando Proustutilizzava la sua prosa per descrivere quella sensazione particolare,mai avrebbe pensato che la neurobiologia sarebbe riuscita, solo qualchedecennio più tardi, a spiegarla razionalmente. L’immagine mentale diquel biscotto non risiedeva isolata nel cervello del protagonista, maera connessa in un unico circuito neurale con tutti gli altri ricordi,immagini, profumi e sapori che in un tempo lontano erano stati vissutiinsieme alla madeleine.
Evidentemente in quel momento lontano,un forte fattore emotivo aveva stimolato l’amigdala (una parte delcervello legata alle emozioni), fissando – con la precisione el’immediatezza di un lampo di luce – l’insieme di sensazioni epercezioni vissute in quell’istante, all’interno di un unico circuitodi neuroni. L’aver rivissuto un punto qualsiasi di quel circuito (ilbiscottino), pure a distanza di tanti anni, aveva riattivato l’interopercorso, sommergendo di ricordi il protagonista.
La “madeleine”è solo un esempio per illustrare uno dei principi neurobiologici cheabbiamo cercato di applicare all’allenamento della maratona: è unprincipio, in fondo, che tutti ben conosciamo, e che dice che quelloche apprendiamo in una situazione emotivamente pregnante si fissa afondo nel nostro cervello. Ma è solo un esempio. Abbiamo utilizzato nellibro un certo numero dei principi su cui si basa il funzionamento delnostro cervello; alcuni magari più evidenti, altri meno.
Territoriinfiniti sono ancora tutti da indagare all’interno del misterodell’uomo e della sua mente. Vogliamo lasciarli ancora a lungoinesplorati?
In una vecchia fiaba orientale gli dei, arrabbiaticon l’uomo che aveva abusato dei suoi immensi poteri, decisero ditoglierglieli, nascondendoli in un luogo inaccessibile. Li avesseromessi sulla luna, o nel centro della terra, prima o poi l’uomo liavrebbe trovati. Così decisero di nasconderli nell’unico posto dovel’uomo non avrebbe cercato mai: dentro di lui.
Abbiamo volutodare uno sguardo più approfondito su questo mondo, spazzando via nebbiee pregiudizi e affrontando senza falsi pudori tutte le possibili vieper influenzare positivamente la prestazione del maratoneta. Per farloci siamo avvalsi di alcune recenti scoperte scientifiche, chedocumentano senza ombra di dubbio (a conforto dei più scettici, diquelli che per partito preso non credono neppure all’evidenza)l’influsso biochimico della mente sul corpo, e le complesse interazionitra emozioni e prestazioni.
Vogliamo provare ad avvicinare i nostri occhi a questo incredibile caleidoscopio?
“Ilcorpo non è in grado di distinguere fra eventi che costituiscono unareale minaccia alla sopravvivenza, ed eventi presenti soltanto nelpensiero”. Questa frase provocatoria è stata scritta da Joan Borysenko,psicobiologa fondatrice della clinica Mente/Corpo del New England, ed èoggi suffragata da numerose prove sperimentali.
Individui dallapersonalità multipla (casi psichiatrici studiati da anni) possonoessere diabetici in una identità, e normali nell’altra. A un soggettosotto ipnosi possono formarsi piaghe assolutamente reali sulla pelleanche se il “ferro rovente” con cui l’ipnotizzatore afferma di toccarlonon è altro che una comune matita. E i “cani di Pavlov” da moltidecenni dimostrano come il semplice suono di un campanellino possacondizionare la secrezione di enzimi digestivi.
La mente,insomma, può influenzare il nostro corpo e i nostri sensi, sotto moltipunti di vista, in modo immediato e potente. Talvolta senza che neppurece ne rendiamo conto, come per esempio quando riempiamo il nostro“punto oscuro“ visivo (corrispondente al punto di ingresso nella retinadel nervo ottico) con il contenuto circostante più probabile.
Seleggendo queste righe siete presi da un sano scetticismo, fate questopiccolo esperimento (diffuso in numerose cliniche), immaginando ditagliare un limone appena estratto dal frigo e di portarlo alla boccaspremendone alcune gocce sulla lingua, che poi deglutirete lentamente.Non avete in mano alcun limone, vero? E allora perché avete prodotto inbocca tutta quella acquolina?
La produzione di saliva è unareazione fisica, su questo non c’è alcun dubbio. Ma la cosa ci è stataindotta dal solo stimolo mentale.
Dove si situa allora ilconfine tra fisico e mentale? Quali sono i punti di frontiera tra unmondo e l’altro? E ancora: possiamo interagire mentalmente anche inmodo volontario per modificare alcune delle nostre reazioni fisiche?
Inqualche modo abbiamo cercato di dare risposta a queste domande,inoltrandoci nel terreno della psiconeurobiologia. Ma c’è di più. Lacampana non suona solo per i “cani di Pavlov”: suona anche per un certomodo di intendere la psicologia applicata allo sport. Sia detto senzapolemica: la psicologia dello sport – specialmente in Italia – devefinalmente darsi delle basi scientifiche, dotarsi di metodi operativirigorosi, concreti, condivisibili. Non ci sono molte alternative:rimane altrimenti solo la sudditanza psicologica e acritica neiconfronti di modelli e teorie. Da vent’anni, ad esempio, va per lamaggiore in Italia un modello dell’attenzione che – purtroppo - nontrova un preciso fondamento neurofisiologico, né – almeno - un qualchesbocco operativo concreto (qualcosa che applicato modifichi laprestazione in maniera misurabile ed evidente).
Perciò, operché è ormai assimilato ad una verità rivelata, o perché edificarenuovi schemi costa fatica, quel modello continua a rimanere lì. E così,tanti altri. Forse, di questi tempi, chi - come noi - osa proporremodelli e metodi non fumosi, ma che richiedono fatica ed applicazione,rischia di perdere in partenza. La gente richiede soluzioni magiche edonnipotenti, che non comportano impegno, dedizione e fatica: ciò nonvale solo per il ricorso utopico agli integratori, ai farmaci oall’elettrostimolatore. Anche la psicologia applicata allo sport vabene nella misura in cui promette l’impossibile senza chiedere nulla incambio. Chi, come noi, prospetta “lacrime e sangue” e dice apertamenteche crescere costa fatica, spesso non è ascoltato.
Ma torniamo ad esplorare la ricchezza della prospettiva psiconeurobiologica, che dà spessore e fondamento a ciò che affermiamo..
Unamico burlone che incrociate per strada, all’improvviso finge di darviun forte schiaffo. All’ultimo istante si blocca. Non vi ha toccato.Nemmeno sfiorato. Ma la vostra mente ha registrato il pericolo e hafatto secernere alla vostra corteccia surrenale gli ormoni delcombattimento o della fuga: adrenalina e cortisolo. Risultato: ilvostro cuore batte più forte, la vostra pressione arteriosa èaumentata, il vostro sangue è affluito copiosamente ai muscoli, e icontrolli periodici del vostro sistema immunitario si sonotemporaneamente arrestati. Tutto questo solo per effetto della vostramente involontaria che ha interpretato l’improvviso attacco come vero.Ma sarebbe accaduto lo stesso per una frenata improvvisa, per unasirena inaspettata, per una scivolata sul ghiaccio, per uno spaventoqualsiasi. L’azione della mente, programmata evolutivamente perdifenderci dai pericoli di un mondo ostile, è potente e profonda. E puòsfuggirci di mano.
Dobbiamo ai ricercatori americani CandacePert e Solomon Snyder (premio Nobel), l’identificazione di alcune dellefrontiere biologiche più avanzate nel dialogo tra mente e corpo,attraverso la scoperta del “recettore degli oppiacei”. Negli anni ’70 e’80 sono state infatti studiate a fondo le modalità di comunicazionetra cervello e organi con la scoperta di sostanze “informazionali”(neurotrasmettitori) prodotte dal cervello stesso, in grado di inviaremessaggi molto precisi a specifici recettori presenti negli organi o inaltre aree cerebrali. La secrezione di quantità infinitesimali dineurotrasmettitori, stimolata dall’attività mentale (ma anche iniettatacon una siringa), provocava effetti a cascata di notevole impatto sugliorgani bersaglio, ad esempio provocando la contrazione dell’utero,l’abbassamento della pressione sanguigna o l’attenuazione dellasensazione di dolore (quest’ultima attraverso le endorfine, scopertedai premi Nobel Hughes e Kosterlitz). Basandosi in parte sulle ricerchedella Pert, Ed Blalock scoprì poi che il dialogo biochimico potevaanche essere inverso, evidenziando come i recettori esistenti a livellocerebrale esistessero anche a livello di organo, e come la secrezionedi neurotrasmettitori potesse muoversi in entrambe le direzioni. Tantoda fare affermare a Deepak Chopra, con un’immagine particolarmentecolorita, che se la mente è triste, anche il nostro cuore, il nostrofegato, i nostri polmoni saranno tristi.
Negli ultimi 10-15anni, invece, si sono moltiplicati studi diretti sull’attivitàcerebrale, grazie a nuovi sistemi d’indagine non invasivi, come “pet” e“fMRI” (tomografia ad emissione di positroni, e risonanza magneticafunzionale), grazie ai quali si sono chiarite alcune delle dinamichementali di registrazione delle emozioni, di memorizzazione deglieventi, e di condizionamento dei circuiti neurali. Importantissimi, efra loro complementari, gli studi in questo campo di Lorente De No,Hebb, Siegel, Ledoux, Ramachandran, che hanno trasferito su un pianostrettamente neurobiologico, ciò che fino a qualche anno fa venivainterpretato solo alla luce di teorie psicologiche o psicosomatiche.
Sonoinsomma state poste le basi per la comprensione del passaggio diinformazioni tra mente e corpo non più in modo gerarchico (la mentecomanda il corpo) ma in modo paritetico. La mente è in grado diinfluenzare tutte le funzioni corporee, e il corpo può influenzarequelle mentali. Si tratta quindi di una fitta ed intricata reteinformativa che vive di un continuo interscambio, destinato arivoluzionare molti concetti ormai superati nella strutturaorganizzativa ed informazionale dell’essere vivente. Si sta quindidelineando scientificamente l’immagine di un corpo che non è più solocorpo, ma diventa l’insieme indivisibile corpo/mente. Che, o vienetrattato in modo integrato (sia terapeuticamente che in funzione diobiettivi più pragmatici), oppure non può portare ad alcun risultatoapprezzabile.
Ragionando di questa nuova strutturadell’individuo, diventa chiaro come l’azione potente della mente nonsia solo involontaria o inconscia, ma possa anche essere governatadalle nostre scelte e dai nostri comportamenti. E dove l’interazionetra emozioni, processi mentali inconsci, ed elaborazioni cognitive, può- forse per la prima volta nella storia della scienza - essere guidatain un modo preciso verso obiettivi medici, psicologici, e (come vedremonel corso del libro) anche molto pratici, come nella nostra attivitàsportiva quotidiana.
Ricerche recenti condotte negli Stati Unitipresso il dipartimento di fisiologia dell’UCLA e presso il BrainResearch Institute di Mosca, nonché dati sperimentali autorevolmentepubblicati sul British Journal of Sports Medicine dell’Agosto 2000,hanno dimostrato con chiarezza che un’attività di meditazionestandardizzata (quindi ottenuta con atti volontari) ha indottoriduzione della pressione e della frequenza cardiaca, minor consumo diossigeno, riduzione dei livelli plasmatici di cortisolo e di acidolattico, aumento della resistenza cutanea ecc.
L’attivitàmentale conscia e inconscia, dunque, governa in modo attivo e incisivoun buon numero di parametri biologici dell’individuo, che sarebbeinconcepibile ignorare sia in medicina che in qualunque altra brancadel sapere che abbia attinenza con il corpo umano.
Ebbene cichiediamo perché la scienza dell’allenamento, per altri versiavanzatissima, abbia per decenni trascurato (o appena sfiorato) tuttele implicazioni legate allo stretto rapporto tra mente e corponell’atleta, in particolare per quanto gli aspetti mentali possanoinfluenzare, sia in positivo che in negativo, le prestazioni sportive.
Indubbiamentetutte le scienze devono ancora scontare il pregiudizio cartesiano chedistingueva con nettezza corpo e anima, res extensa da res cogitans(ricordiamolo: a causa del divieto ecclesiastico, che gli vietavaesplicitamente di indagare su quest’ultima!). Tale pregiudizio ha,ahimé, influenzato quattro secoli di ricerca scientifica che solo oggi,con grave ritardo, sembra svegliarsi da un colpevole torpore.
Ancoraoggi fenomeni studiatissimi, come l’effetto “placebo” o la crescitaesponenziale di malattie ad alta incidenza psicosomatica (ulcere,psoriasi) vengono trattati in modo non corretto, invece di essereportati ad esempio per capire e studiare più a fondo le immensepotenzialità della mente umana. Chi se ne occupa dal punto di vistamentale viene spesso bollato come un fantasioso sognatore, o comequalcuno che adotti un approccio poco scientifico. Il futuro, tuttavia,è di chi ha il coraggio di abbandonare sponde sicure per indagare ciòche ancora non è spiegato. E chi questo coraggio non l’avrà avuto,dovrà, alla fine, restarsene fermo al palo.
La risposta a tuttii nostri quesiti, passa attraverso la comprensione del fatto che l’uomonon è costituito di sola carne, e che corpo e mente sono una sola cosa.Ciò significa che nessuno dei due prevale sull’altro dominandolo ogovernandolo. Vuole dire, in altre parole, che stiamo parlando dellastessa cosa. Vuole dire che una separazione non ha alcun senso. E nonci può essere indagine scientifica davvero completa che ignori l’una ol’altra delle due facce del problema.
Non riteniamo infattiaccettabile né l’eccesso dualista (che suppone la mente una cosa deltutto distinta dal corpo, costituita da materia diversa), né l’eccessomeccanicista (che assimila la mente ad un computer, riproducibile apiacere).
Lo studio delle tecniche alimentari e di allenamentodel maratoneta non fa eccezione. Qualunque testo tecnico che ignori gliaspetti mentali in grado di influenzare le prestazioni del corridore,non può dirsi completo.
Se un atleta, casualmente, interpreteràmentalmente le gare in modo corretto, potrà eccellere. Se invece,ignorando il problema, farà casualmente le scelte sbagliate, falliràsenza neppure sapersi spiegare il perché.
Vi sono atleti dotatifisicamente di un immenso talento, che in tutta la loro carriera hannovinto poco o nulla. Ad esempio Dave Bedford o Ron Clarke, semprebattuti da qualcun altro anche quando detenevano i record mondialisulle rispettive distanze. Ma anche campioni ancora in attività,talenti naturali spesso traditi dal fattore emotivo o dall’incapacitàdi interpretare mentalmente una gara nel modo più giusto. Altri, magariatleticamente meno dotati dei loro diretti avversari (mi vengono inmente Cova, Bordin, Baldini) hanno invece saputo vincere di tutto:olimpiadi, campionati del mondo, campionati europei. Questo grazie adaltissime doti mentali, che andavano dalla capacità di sopportazionedel dolore, alla mentalità vincente, fino al superamento delle crisid’ansia e al rilassamento in corsa.
Tali doti non sempre eranonaturali, ma in alcuni casi sono state indotte con specifici training(è il caso, per esempio, del lavoro svolto da Gigliotti con Bordin).
Inun momento come questo, in cui lo studio delle tecniche di allenamentoe alimentazione per il maratoneta ha raggiunto livelli di raffinamentoinimmaginabili, non è concepibile pensare ad un piano di allenamentoper un top runner che escluda o trascuri la preparazione mentaledell’atleta all’evento. Se per l’atleta amatore l’effetto potrà esserecompensato da altri parametri di più semplice miglioramento (numero dikm o di allenamenti settimanali, alimentazione adeguata, tabelle piùrazionali ecc.), per il top runner o per l’amatore evoluto – che sianogià vicini ai loro limiti fisici – l’allenamento mentale può fare ladifferenza.
Abbiamo voluto chiamare questo tipo di allenamentoMBW, sigla che sta ad indicare Mind Body Work, ovvero lavoro integratomente/corpo, che sarà il frutto finale della lettura e (speriamo) dellacomprensione di questo testo.
Nel MBW abbiamo utilizzato lescoperte neurobiologiche degli ultimi vent’anni per mettere a punto unmetodo che consentisse di fissare determinati messaggi psichici(motivazione, determinazione agonistica, resistenza organica)all’interno dei nostri circuiti mentali, grazie all’attivazione deicorretti circuiti emotivi, e alla stimolazione di alcune areedell’amigdala. Questa stimolazione l’abbiamo cercata non attraversocondizionamenti psicologici o verbali (ipnosi, training autogeno ecc.),ma attraverso veri e propri allenamenti in campo (del tuttosovrapponibili a quelli consueti), il cui metodo e le cui modalitàoperative si prefiggono il condizionamento positivo di un atteggiamentomentale, insieme allo stimolo fisico ordinario.
Lo schema èpiuttosto semplice: attraverso un certo numero di allenamenti mirati,che per più di un anno sono stati studiati su atleti seguiti da diversiallenatori in tutta Italia, abbiamo indotto uno stimolo emotivo forte,in grado di “imprimersi” con forza nella mente dell’atleta. Il “lampodi luce” emotivo prodotto con la stimolazione dell’amigdala nel momentopreciso in cui si verificano determinate situazioni organiche(esaurimento energia, accumulo stanchezza, cambio di ritmo e reazionemuscolare) lascia “impressionate” come lastre fotografiche leconfigurazioni neurali corrispondenti alla situazione che si vuoleinfluenzare. Dopo un adeguato condizionamento, dunque, succede che inuna situazione analoga, la mente risponda esattamente come le abbiamoinsegnato a fare. Consentendo all’atleta di rimuovere i blocchinaturali che la mente esercita sulle funzionalità muscolari, ottenendoprestazioni di alta eccellenza.
Gli scettici se ne facciano una ragione: siamo arrivati parecchio avanti.
Abbiamoaffrontato problemi come l’ansia pre-gara, la percezione della fatica ei mezzi per contrastarla, il superamento delle crisi metaboliche, glieffetti ormonali della tensione in gara, la determinazione agonistica,la motivazione a correre, e tutte le possibili implicazioni correlate.Ne abbiamo sviscerato con rigore scientifico, ove possibile, i punti dicontatto biochimici, fisiologici, mentali.
Su quelle basi,infine, abbiamo creato dei principi sui quali lavorare, allenandoci adacquisire stabilmente quelle doti nel nostro patrimonio fisico,istintivo e razionale.
Questa impostazione innovativa prende il nome, come già detto, di MBW: Mind Body Work.
Molticontinueranno a dire: “Noi non ne sappiamo nulla”, e i loro corpi e leloro menti continueranno a trotterellare disgiunti da una parte edall’altra della carreggiata. Coloro che avranno invece voluto provare,giudicheranno da soli i risultati raggiunti, dopo avere applicato,parola per parola, seduta dopo seduta, quanto insieme abbiamo provato arealizzare. Luca Speciani – Pietro Trabucchi
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