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Lo Zen e l'arte di far muovere i nostri figli
Ed. Tecniche Nuove (febbraio 2008), € 19,90
 
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New York 2003: una storia come tante PDF Stampa E-mail
(1 voto)
di Luca Speciani   
Maratona di New York, 2 Novembre 2003

NewYorkLuca.jpgPotrà sembrarvi strano, ma non ero mai stato oltreoceano neppure una volta nei miei 41 anni di transito in questo sacco di visceri. Anche se di storia, usi e costumi americani è piena la nostra vita quotidiana, tanto da far sì che la prima sensazione provata giungendo a NY sia stata quella di sentirmi a casa.
Avete in mente la poesia di Caproni che dice (vado a memoria) "Non c'ero mai stato. Mi accorgo di esserci nato" o qualcosa del genere...
Sensazioni di deja vu continue, provenienti da film, telefilm, racconti, e soprattutto sensazione di presenza contemporanea di tutto il mondo.
Perché questa è la sensazione più forte che mi rimane di New York città: un crogiolo di razze, religioni, usanze, che riescono a convivere in pace tra loro, accettando alcune regole comuni, condivise da tutti. L'unico modo per unire mondi così diversi è quello di consentire assolutamente tutto ciò che non sia espressamente vietato, lasciando il più possibile inalterate le
libertà individuali.
E' così che si vedono convivere nello stesso bancone di Macy's babbini natali e candelabri di Hanukkah, e sullo stesso marciapiede monaci buddhisti, rabbini dalle lunghe barbe e dal cappellone a larghe tese, rapper dal pantalone col cavallo all'altezza del ginocchio, cinesi dallo sguardo basso e laborioso e affaristi wallstreetiani dalle cravatte che squillano
quanto i telefonini.
La gente è uno spettacolo continuo e ininterrotto. La varietà di visi è totale: dal diafano irlandese al baffuto italiano, dal turco musulmano all'indiano induista, dal gruppo di teen ager obese di colore, all'orientale elegante e raffinato. La metropolitana o il salad-deli (localaccio fast food completo di insalate, pizza, pastries e succhi vitaminizzati presente in una
dozzina di esemplari per isolato) diventano luoghi di studio antropologico.

Ma studi antropologici intensi avrebbero potuto essere svolti anche all'interno di un paio di alberghi che, non lontani da Central Park (e il nome ancor mi duole..), ospitavano la comitiva Maggini and friends.
Che dire infatti di gruppi di individui apparentemente sani di mente, che si alzavano all'alba (nonostante le ferite alle occhiaie inferte dal jet lag), pitturati come apache dai colori di guerra bianco-rosso e verde, per andare a portare le loro stanche membra su e giù per i blocks della grande metropoli?
Innanzitutto va detto che anche solo il fatto di correre in strada, in Italia provoca scalpore. Sguardi curiosi, invidiosi, ottonici o di scherno, ma si è comunque al centro dell'attenzione. Anche solo con un'onesta tuta nera.
Ma a New York, anche dipinti come pappagalli in calore, non è facile suscitare l'attenzione altrui. Milioni di altri runner affollano una delle città più inquinate del mondo, e una buona metà di questi sono festosamente addobbati come un Pagliotto in vacanza. Dunque? Necesse est fare un po' gruppo: almeno per non sentirsi soli nel buco del c.. del mondo.
Perché può succedere.
Ad esempio la notte di Halloween, quando ho dovuto attardarmi al briefing pre-conferenza con Laura Fogli, Fedeli ecc.. e al mio rientro in albergo non ho trovato più nessuno (tutti alla "parade"). Beh, ho detto: andiamo alla sfilata, che troverò qualcuno, o comunque vedrò un bello spettacolo.
La sfilata c'era. Il bello spettacolo anche (milioni di persone travestite nei modi più stupefacenti), ma la mancanza di una voce amica mi ha impedito di gustare più a fondo tutto il casino in mezzo a cui mi sono trovato.
Non così per fortuna si può dire dei bellissimi giorni prima e dopo la maratona: la compagnia di solidi - ancorché occasionali - compagni di viaggio (I Chessa's, i Roncali's - come dimenticare una notte di pattinaggio sul ghiaccio al Rockfeller Center con Pagliotzsempreaterra e l'incantevole Laura? - i miei compagni di stanza PierpaePagliotz teneramente avvinti in un
letto da una piazza e mezzo, Chiaralynn e Loretta, Gli Skibo's alias SabrinaPeretto'sfamily - come dimenticare la visitina con loro a Victoria's Secret, paradiso dei perizomi? - e poi il matto pinokkio, il grande Antonio Stassi e tutti gli altri più o meno legati da ampie famiglie, come il Maggini, il Cecchella, PDZ e compagnia cantante... compresi gli isolazionisti del gruppo bassotti Utty - Zando - Silvia - MaxMarta - Teo ecc. (ma insomma: nemmeno un pellegrinaggio al Metropolitan!) o il gruppo mafiosi Nick - socio Salsa - Cantarella... o ancora Benatti, Pistis, Marmieri ognun per sé ma un po' anche per tutti.
Insomma eravamo un casino, e quasi non potevi girarti per la città che incocciavi in qualcuno. L'unico modo per perderti era fissare un appuntamento preciso: ciò costava mezz'ore di attesa, finché scornati ci si muoveva verso altre mete.
Insomma, come sempre riusciamo a fare, abbiamo gioiosamente invaso la città, pitturandola in alcuni casi con i nostri colori (non sempre bianco rosso e verde: chiedere lumi a Chessa, Pinokkien e Pagliotten, dimagriti di vari kg o litri che dir si voglia, a fine maratona).

Il sabato pomeriggio sono impegnato nella conferenza pre-gara con la Fogli.
Per la prima volta nella mia vita parlo davanti a 400 persone. Per farlo adeguatamente decido di presentarmi comunque con i segni di guerra bianco rossi e verdi tatuati in viso, residui della festosa Friendship Family Run del mattino. Qualcuno non apprezzerà. Chissenefrega.
L'anno prossimo vado in perizoma. Tanto sono i contenuti e non il wrap a contare...
Rischio la vita consigliando di buttare nel cesso il Tylenol (una specie di aspirina) gentilmente offerto dagli organizzatori "per sentir meno la fatica in gara". E sconvolgo qualche certezza ai portatori di cheerpack da cintura, parlando di potenza lipidica, mente e meccanismi energetici in maratona.
Alla fine sono sommerso di domande e di contatti dei più svariati (allenatori, medici, farmacisti). Mi commuove l'organizzatore di Grottazzolina che mi si avvicina e mi dice: "Mi è piaciuto così tanto quello che ha detto che voglio regalarle questa" e mi mette in mano una maglia tecnica della suddetta maratona: bellissima. Quando esco dalla sala cammino
ad un metro da terra.

Infine la gara. Elemento apparentemente quasi superfluo nel bailamme di emozioni fin qui vissuto (e che vivrò in seguito: dal sushi, al museo di scienze naturali, dalla statua della libertà a Broadway, dal ponte di Brooklin all'alba fino al traghetto di Staten Island, dalla skyline alle twin towers: ma quante cose si fanno in 6 giorni?). Invece, cazzo, centrale.
Il ponte di Verrazano è più bello a vederlo dall'alto. La marea umana che si muove (un largo cordone colorato e festoso) vista da vicino dà un'impressione più limitata. E' il rischio delle cose che ti hanno raccontato troppe volte, e su cui hai creato aspettative esagerate. Ma come entro in Brooklin e incomincio a vedere la gente assiepata ai lati del percorso che applaude e incita, inizia a sciogliermisi qualcosa dentro.
Qui possono avertela raccontata cento volte, ingigantita, esagerata. Ma viverla è un'altra cosa. Ho rivisto le immagini registrate da Antonella a casa, e non davano in alcun modo giustizia al pubblico e alla sua forza. Non si tratta di applaudire o incitare un po' di più o un po' di meno. Si tratta di un calore che puoi sentire solo se ci sei dentro, e che credo dipenda
anche dall'accettazione totale che il popolo americano ha nei confronti di tutti. Tu, quando sei lì, sei un pezzetto di loro. O almeno riescono a farti sentire così.
Qui in Italia (ma credo sia lo stesso in Inghilterra o in Francia) sei lo straniero, magari da applaudire, ma straniero, altro, diverso. Lo sento da italiano verso terzi, e lo sento come terzo straniero quando sono all'estero in Europa.
Perché qui invece mi sento perfettamente a casa. Perfettamente integrato?

Non passano insomma che poche miglia, che incomincio a godere in modo profondo l'esperienza unica che mi è concesso di vivere (dico mi è concesso, perché penso a chi non è in grado fisicamente di viverla - perché malato, perché troppo vecchio, perché infortunato - o semplicemente perché non ne ha la possibilità economica, o non è stato sorteggiato, o come Gervaso o Tonto Brass non è mai stato educato allo sport attivo, o.... non ha mai incontrato una lista stupenda come questa!).
Mi scopro con un sorriso fino alle orecchie. E' come se sorridessi a voce alta, se rendo l'idea. E' un'emozione incredibile.
Provo a rispondere agli incitamenti (fourza itaglia...) dapprima timidamente, alzando qualche pollice in segno di ok, poi agitando un po' le braccia, e mi accorgo di governare il tifo. Ad ogni mio piccolo gesto parte un'onda di urla e grida di incitamento.
Sarà che, essendo nel primo gruppo di cento-duecento atleti, la voglia di tifo del pubblico era ancora intatta, ma io non sono e non ero abituato. E' me che incitano, è a me che urlano.
Passo indenne due o tre ola. Provo a stendere le braccia ad aeroplanino con i pollici alzati, ed è urlo. Provo ad alzare le braccia con indice e medio in segno di vittoria, ed è ancora urlo. Non è un caso: sono lì per me. Un milione di persone per me. E singolarmente per ciascuno dei 35000 in corsa.
Non ce la faccio e piango. Piango per aprire quel groppone di gioia di emozione di vogliadiabbracciaretutti che mi scoppiava dentro. Piango e corro. Dura forse un minuto, non di più. Ma è una delle sensazioni più intense della gara che la mia mente ricordi.
Avevo pensato come ritmo estremamente ottimistico 6'/miglio. Fino quasi alla mezza (passaggio in 1h19'50) lo tengo senza quasi fatica. Poi, dopo il Pulaski bridge, sento affiorare un po' di stanchezza, e decido. Due o tre minuti non sono nulla. Voglio godermi questo pubblico e questo percorso stupendi.
Incomincio a dare spettacolo. Saranno le posizioni che via via rimonto, sarà il trucco di guerra sul viso, la maglia con su "lucazen" e la bandierina italiana, sarà che sono il "bel luca" :-)))))) come qualcuno - evidentemente convinto - sostiene, sarà che davanti siamo ancora in pochi, e la media dei runner corre impegnata "sul serio". Ma ad ogni piccolo gesto che faccio, la folla impazzisce. E allora, dai, cazzo, diamo loro in pasto qualcosa di più consistente!
Scopro che muovere le braccia con i gomiti davanti al petto e i pugni che vanno alternativamente su e già davanti al viso li fa impazzire. E' il gesto che ripeto più di frequente. Do e ricevo baci (a distanza) da donne di ogni età, razza e stazza. Do e prendo il "cinque" da bambini di ogni altezza, ma soprattutto di ogni colore. Faccio l'aeroplanino un numero quasi infinito di
volte. E tutte le volte in cui incrocio una banda muovo le braccia orizzontalmente a ritmo di musica (naturalmente "YMCA", "Oh when the saints" ecc.).
La gente è in delirio. Io più di loro.
Nelle curve avevo preso l'abitudine di mulinare con forza, a pugno chiuso, il braccio esterno alla curva, scatenando, appunto, gridolini di approvazione. Faccio così anche nella curva a sinistra in uscita dal cupo e buio Queensboro bridge, dove l'urlo di incitazione diventa urlo da stadio, ingresso nello stadio olimpico del primo nella maratona. Eppure sono solo io. Il 144esimo uomo della NYCM, o magari il 14.500esimo...
Non piango più, ma dentro mi sento una forza e una carica che mi fanno capire cosa potesse voler dire essere un gladiatore al colosseo, o un guerriero apache. Sensazioni primordiali, raccolta di tutto ciò che si è o che si è stati. Sintesi e sviluppo del nostro intero codice genetico.
Emozione pura.

Central park è solo una raccolta di cadaveri. Il mio ritmo è rallentato sensibilmente. Un paio di miglia in salita sono corse a quasi 7'/miglio, ma il tempo non conta più nulla.
Good job, congratulations, great job guy, e infinite pacche sulle spalle, ma soprattutto quella medaglia da un kg con il ponte e la skyline intorno al collo, che porteremo fieri per un paio di giorni, fino a che le endorfine ci sosterranno.
Incrocio Pistis, Benatti, Massini: com'è andata? Bene? Poteva andare meglio?
Complimenti!
Parole.
Ma non c'è nessuna parola che possa farci ripercorrere l'emozione appena vissuta. Nessuno scritto, neppure questo, che possa farci mordere la mela, se non l'abbiamo morsa in prima persona.

Decido di avviarmi piano piano verso l'albergo, senza cercare il pullman del rientro, facendo qualche fermata in metropolitana. Anche lì la gente mi dà pacche sulle spalle e mi dice "good job guy", ma se la pacca è forte, vacillo.
Mi siedo su uno dei seggiolini in legno e perdo quasi conoscenza dalla stanchezza. La mente mi ha trascinato per 2h48'08 per salite e discese (quante!) probabilmente senza che ne avessi la preparazione adeguata. Adesso il corpo richiede il suo. Ma, almeno questo, era previsto.
Sprofondo qualche secondo in una specie di sonno semincosciente sentendo in sottofondo il rumore (e l'odore metallico) della metropolitana che arriva.
Ma non la prenderò. Non questa, almeno.
Ho voglia di ripercorrere - o meglio di lasciare che la mia mente ripercorra - tutto il film della gara più bella ed intensa che abbia mai corso nella mia vita.
E il naufragar m'è dolce in questo mare...

Abbracci
Luca

 
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