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Good luck! Campionati Master di Riccione 2007 PDF Stampa E-mail
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Luca Speciani   

Quando ho saputo che i Campionati Mondiali Master del 2007 si sarebbero svolti in Italia (precisamente in Romagna) ho accarezzato subito l’idea di parteciparvi. La recente consuetudine di “maratoneta e dintorni” avrebbe però lasciato spazio alla mia vecchia grinta di siepista: l’idea di poter rinverdire le soddisfazioni che in quella specialità avevo ottenuto da ragazzo, seppur con i limiti prestativi dell’età attuale, mi dava una strana euforia, quasi di “tempo fermo” o di ritorno al passato.

Un passato al cui ricordo ancora sorrido. Un sorriso dolce, però, non nostalgico od amaro. Il sorriso di chi in una sempre maggiore perfezione del gesto tecnico aveva investito tempo, impegno, determinazione.

L’idea di poter combattere ad armi pari con i migliori atleti del mondo sulla specialità mi faceva sentire pieno di infantile entusiasmo. Mi lanciai così, a testa bassa, nell’avventura: correre la stessa gara che mi aveva dato tante soddisfazioni la bellezza di 25 anni prima.

 

I primi problemi sono stati tecnici e logistici: tutti superabili ma non semplici. Preparare una gara di soli 3 km, per un atleta abituato a distanze molto più lunghe, significava spostare l’asse degli allenamenti su tratti brevi e ritmi intensi. Cosa che non sempre è così rilassante dopo una dura giornata di lavoro o dopo una discussione con i propri figli. Ma si sa, per il “master” la vita sportiva va presa così. Dando il massimo dell’impegno (inserito con equilibrio nel quotidiano lavorativo e famigliare), ma senza la pretesa di sottrarre troppo tempo a tutto il resto, pronti ad accettare con una prestazione non particolarmente esaltante.

Per me dare il massimo significa cercare di rispettare i piani d’allenamento auto-assegnati, e mantenere in questo continuità ed entusiasmo. Il primo problema dunque era quello di reperire una pista con ostacoli, reimparare a utilizzare le scarpette chiodate, fare combaciare gli orari, e soprattutto non farsi del male. Una volta constatata l’impossibilità di fare coincidere gli orari del campo con i miei tempi universitari e lavorativi, trovai un semplice compromesso, acquistando quattro cavalletti da cantiere in legno da usare sull’asfalto sotto casa come rudimentali ostacoli.

Tra auto in parcheggio, biciclette che me li urtavano e modifiche del gesto legate alla scarpa priva di chiodi, riuscii dunque a svolgere anche alcuni lavori specifici di ripetute con ostacoli, che sicuramente – lo dico col senno di poi - mi hanno giovato.

Quando si hanno 45 anni compiuti i tempi di recupero post allenamento non sono più quelli di una volta. Il giorno di riposo diventa un obbligo, e talvolta serve anche qualcosa in più. Lavorare sugli ostacoli mi lasciava per due-tre giorni con le gambe rotte, e in quei giorni dovetti veramente fare i miracoli per riuscire ad inanellare un minimo di carico che mi inducesse adattamenti organici utili alla gara. Pensare di passare nello stesso anno dall’ultramaratona (sei ore e 60 km) ai 3000 in pista era comunque un azzardo.
E vogliamo parlare della maledetta “riviera”?


Un ostacolo alto 91 cm dietro al quale stava nascosta una piscina lunga la bellezza di 3.60 m. Con la cui acqua avrei più volte fatto la conoscenza. Le ultime complicazioni furono connesse alla “vendetta di Tutankamon” che mi lasciò un po’ – come dire – svuotato di ritorno da un viaggio in Egitto a fine Agosto, e alla demotivazione conseguente ad un 3000 siepi corso il 6/9 (a campionati già iniziati) in cui – complice anche un vento fastidiosissimo – non ero riuscito a fare meglio di 11’25”. Tempo onesto, ma davvero troppo lento in relazione alle mie ambizioni mondiali. Ultimo shock fu il vedere nelle liste ufficiali pubblicate su internet che dei 36 partecipanti alla gara, ben 15 vantavano un tempo d’iscrizione migliore rispetto al mio, che pure era “vecchio” di un paio d’anni. Dovevo spaventarmi? E di cosa? Come mille volte mi è capitato di constatare, l’obiettivo è il percorso e non la meta finale. Ed ero deciso a divertirmi davvero.

Siamo al week-end fatidico. Per un padre di famiglia andare a gareggiare non è mai esperienza del tutto rilassante. Arrivare a Misano (dove avrei gareggiato) mi obbligò a 6-7 ore tra coda a Bologna a passo d’uomo, presa dei bimbi dalla campagna, sosta in autogrill ecc. Arrivati a Misano il venerdì sera chiediamo dove si dava la conferma per le gare del giorno dopo, e ci sentiamo dire da una ragazza che la partecipazione probabilmente era ormai impossibile: occorreva confermarsi entro le 18.00 della sera precedente. Un filo preoccupati ci rechiamo al “declaration desk” dove invece una persona gentile ci segnala che per chi fa solo una gara la regola non vale, ma che comunque la conferma andava fatta a Riccione: ormai domattina.

Il colpo d’occhio, comunque, già era emozionante. Ai lati della pista gente di ogni nazionalità e colore, in piccoli gruppetti, commentava le gare in corso.

Il giorno dopo all’alba, dunque, ci rechiamo a Riccione per “confermarci”. Anche qui dopo un po’ di commenti increduli (pare abbiano squalificato parecchi atleti per “ritardo nella declaration”), e dopo aver fatto un po’ di gimcana tra i partenti della maratona, riusciamo finalmente ad avere il sospirato accredito, il numero ecc. A quel punto manca solo la maglia della nazionale.

Ci rechiamo dunque al banco Fidal dove avevano garantito la disponibilità delle canottiere dell’Italia (obbligatorie) al costo di 7 Euro, ma la risposta è che sono finite. Ok, dico: il regolamento dice che basta una maglia con su scritto “Italia”, e io ce l’ho. Nada. Se c’è scritto EIS è pubblicità e dunque vieni squalificato. Ok, ditemi cosa devo fare. “Provi a quegli stand di materiale sportivo là in fondo”. Ovviamente qualunque cosa bianca o azzurra di taglia normale è già stata spazzolata via. Trovo alla fine allo stand Asics una canottiera taglia small (mi farà da camicia di forza..) sulla quale applicare un piccolo scudetto con su scritto “Italia”. Avrei sperato in qualcosa di più comunitario ma.. accontentiamoci. Ora posso pensare alla gara.

Il sabato è, a Misano, interamente dedicato alle gare delle siepi. Si incomincia con le donne da 60 anni in su, poi via via a scendere con gli uomini e poi tutte le donne. L’ostacolo è a 76 cm da terra per tutti, tranne che per gli uomini dai 55 anni in giù, dove è alto 91 cm. Dunque prima tutte le donne, poi gli uomini under 55. E le sorprese (e lo spettacolo) non mancano. C’è un italiano 60enne, magro e tonico, dalla bella corsa, che riesce ancora a saltare la riviera senza appoggiare il piede sull’ostacolo. E’ un gesto sportivo stupendo da vedere, e mi incanto nel guardarlo passare. Vi sono poi donne che, arrivate alla riviera, appoggiano le mani sull’ostacolo e in qualche modo si fanno cadere dalla parte opposta, magari appoggiando il piede sul bordo della buca prima di saltare. Si sentono dei sonori “sciunf” e in un paio di casi assistiamo a dei ruzzoloni a testa in giù di qualcuno che è inciampato. Sia come sia, vedere saltare insieme 10-12 persone sfasate di pochi millesimi di secondo è davvero uno spettacolo.

Il cosiddetto “Safety judge” veglia, come da regolamento, su: “atleti barcollanti, il cui gesto tecnico non sia più compatibile con le dinamiche richieste dalla gara”……

Finalmente arriva il momento della gara.
Dei 36 atleti se ne presentano al via solo 23, che vengono così divisi in due batterie, una da 11, l’altra da 12 partecipanti. Evidentemente si tratta di una gara ad eliminazione anche nella fase di preparazione. Il “colpo” post ostacolo su ossa e articolazioni richiede evidentemente, oltre a una buona dotazione genetica, anche uno stile di vita sano e buone abitudini alimentari, in assenza delle quali i danni dell’età impediscono di passare indenni da questo “filtro”. Scoprirò poi, nelle multilingui chiacchiere pre-gara, che anche tra i presenti qualcuno non è in perfette condizioni fisiche. D’altra parte la “gara” si può dire che sia iniziata molti mesi prima, e chi è arrivato “pulito” all’appuntamento ha mostrato saggezza e capacità di autogestione che – come tutti sappiamo – sono a pieno titolo componenti della prestazione finale.

Io chiedo con insistenza (era un mio diritto per tempo d’iscrizione) di essere messo nella batteria più veloce. Riesco a farmi spostare, per la gentilezza di un direttore di gara, e – chiusi nel gabbiotto chiamato “call room” – attendiamo il giudice che ci scorterà fino alla linea di partenza.

Sinceramente è forse questo il momento più bello di tutta la manifestazione. Il “sabato del villaggio” in cui tutto sta per succedere. In cui un paio di mesi di preparazione possono trovare il giusto premio. Tengo gli occhi aperti e tutti i sensi vigili: sto per vivere un’esperienza emozionante. Un’altra tra le tante che questo sport è riuscito a regalarmi in più di trent’anni di attività.

La pista ha un suo odore. Quella plastica gommosa, elastica, continuamente forata dai chiodi, emana un profumo particolare che evidentemente ha “marcato” negli anni passati alcuni miei indelebili ricordi da “pistard” quale ero. E’ un ritorno a casa, una deliziosa “madeleine” che mi concedo, e che vorrei durasse in eterno. E il tempo, infatti, è un po’ come se si fosse fermato. I gesti sono rallentati. Inglesi, tedeschi, indiani, finlandesi, spagnoli e diversi italiani (ma quanto è bella la maglia azzurra?) si infilano le scarpette chiodate uno di fronte all’altro, quasi in silenzio. Io ho deciso di correre con il piede nudo nella scarpa, come un tempo. A 18 anni ho sempre corso scalzo, per evitare di portarmi dietro il peso del calzino bagnato dopo il passaggio nella riviera. Negli ultimi anni però le vesciche, il comfort del piede, mi avevano convertito al “calzino tecnico”. Oggi però, niente protezione: ho di nuovo 18 anni, e il piede è bene che sia nudo, com’è nuda la mia anima. Lascio in borsa anche il cronometro. Saranno le mie sole sensazioni a dirmi se sto andando bene o meno. Sono tornato vulnerabile, come allora.

Si beve un sorso d’acqua, qualcuno (non io) butta giù veloce uno zuccherino, un gel. Poi via, di botto, tutti in piedi: si entra in pista, scortati dallo sguardo buono del giudice IAAF e lì vivo uno dei momenti più belli di questo mondiale. Guardo in faccia lo spilungone finlandese, i tignosi spagnoli, l’inglese Tyndall dai capelli quasi bianchi, i due minacciosi tedeschi, i forti italiani. E’ la batteria più forte ed io dispongo praticamente del tempo d’iscrizione più lento. Tuttavia riesco solo a vedere visi amici accanto. Nei loro volti, dolcemente invecchiati, scorgo un pezzo di me, della mia passione per l’atletica, delle gioie e delle delusioni che ci hanno forgiato da ragazzi, in un oratorio di Kaiserslautern, a Lambrate o nei sobborghi di Newcastle, e poi trasformato in scienziati, imprenditori, commercianti. Con quel sottofondo comune di onestà interiore, di accettazione della fatica, di voglia di bellezza, che ci unisce al di là di ogni frontiera.

Vedo visi dai capelli sale e pepe, in alcuni. O i capelli ancora scurissimi dei piccoletti spagnoli. E vedo rughe, segni del tempo, sui miei coetanei, che su di me non vedo, ma che indubbiamente loro noteranno. Siamo un pezzetto del mondo, di un mondo grande che va al di là delle nostre conoscenze ma che ci unisce tutti a un filo invisibile. E’ un campionato mondiale, e sono felice di essere qui. Ora.

 

Un canadese ci fa mettere in riga a fare una foto di gruppo. Sorrido dicendo mentalmente “cheese” e mi chiedo se l’inglese dica la stessa cosa nella mente. L’indiano dalla pelle scura, che mi arriva alla spalla, mi afferra il braccio e mi si mette di fianco. Ci scambiamo un sorriso che mi fa sentire come l’aspetto agonistico sia assolutamente marginale in tutto ciò che sto vivendo. Ultimi allunghi, un po’ di stretching, e un paio di passaggi siepe di prova: fin troppo alti, tanta è la concitazione. Si fa strada un po’ di tensione, e poi.. mi si avvicina uno dei tedeschi, mi guarda negli occhi e mi sussurra “Good luck”. Rispondo quasi meccanicamente anch’io “Good luck” battendogli la spalla, e poi vedo che fa il giro di tutti gli altri: “Good luck”, “Good luck”. Agli spagnoli, all’indiano, all’inglese, allo spilungone finlandese. E gli occhi, anche se lui non se ne accorge, mi si inumidiscono.

Ci schierano sulla riga. I giudici, in non ricordo quale idioma, ci dicono di non mettere il piede sulla riga, poi le orecchie di qualcun altro, in qualche altrove, sentono “On your marks!” e un colpo di pistola. Siamo partiti.

La prima batteria, teoricamente quella più debole, è stata vinta da uno spagnolo (già campione mondiale dei 1500 il giorno prima) con il tempo stratosferico di 9’40”. Secondo un italiano (Pietrobelli) in 10’42”, più alla mia portata. Non ci sarà dunque nessuna gara tattica. Chi vuole diventare campione mondiale dovrà spremersi fin dal primo metro. E così ho deciso di fare io.

I vecchi coach prima delle campestri dicevano: la gara va mentalmente divisa in tre frazioni. Nella prima bisogna spingere al massimo per prendere posizione nel gruppo. Nella frazione intermedia occorre lottare per tenere la posizione conquistata, e nella parte finale va dato tutto per fare il risultato. So che anche oggi sarà così. Non è un caso che il 3000 siepi sia considerato la riproduzione della corsa campestre all’interno dello stadio! Il primo 1000 richiede di prendere posizione, il secondo di tenere duro, il terzo di dare tutto. E ad ogni giro, complici le “cadute” post ostacolo, diventa più dura. Prendo dunque il via aggressivo, nel gruppo di testa: siamo tutti compatti. Ad ogni ostacolo occorre sgomitare per posizionarsi in sicurezza. Saltare male significa perdere anche un secondo intero, e vedersi sfilare via gli altri.

La prima riviera è uno spettacolo. Dài, Luca, ti ricordi come si fa, vero? Accelerazione negli ultimi metri, passo coordinato, bacino più basso possibile sull’ostacolo, e slancio potente verso l’avanti. Poi, messo nell’acqua il primo piede, subito reattivi con il secondo per uscire dalla buca e restare asciutti. Ta-ta-ta ciunf! Ed eccomi fuori. Non ho perso secondi e sono sempre con il gruppone.

Dopo il primo giro (ce ne saranno sette e mezzo) vanno via velocissimi l’italiano Pierantoni (che mi era già arrivato davanti ai campionati italiani all’Arena in 10’15”) e l’inglese Tyndall che nutre ambizioni di vittoria. Davanti a loro, virtualmente, il velocissimo spagnolo della prima batteria.

Dietro a loro si sfilano i tedeschi, ed io resto più prudente dietro, alle spalle degli altri spagnoli, di un secondo italiano (Mazzotti) e del finlandese. Conosco i miei limiti, ma voglio dare il massimo.

Piano piano, così, entro in trance, come mio solito. Macino ostacoli e chilometri al massimo dell’impegno e il mondo esterno via via svanisce. Sono solo con la mia stupenda fatica.

La gara è breve, ma anche lunghissima. Una riviera via l’altra, con le scarpe inzuppate. Vedo al penultimo giro la possibilità di riprendere uno spagnolo, e quando lo raggiungo lo stacco subito per togliergli la voglia di provare a tenermi, ma ho il fuoco dentro alle gambe, e fatica e dolore si mescolano con i ricordi delle mie gare di 25 anni fa, tanto diverse da questa, eppure tanto uguali.

Lo spagnolo è superato e metto nel mirino il finlandese, ma i 30 m che mi ha preso non sono più recuperabili. Mi accontento di tornargli sotto e di chiudere facendo l’aeroplanino in 10’44”. Sono sesto di questa fortissima batteria, ma ottavo assoluto perché non solo lo spagnolo della batteria “lenta” è diventato campione mondiale (il forte Tyndall, una volta perso lo stimolo di Pierantoni, ritiratosi, ha chiuso “solo” in 9’50”), ma l’invisibile Pietrobelli in prima batteria ha fatto 2” meno di me. Che NON gli avrei mai lasciato se fosse stato fisicamente lì davanti, ma tant’è. Accarezzavo il sogno di essere nei primi dieci al mondo, e mi ritrovo ottavo. Not bad. Nicht schlecht.

Mi avvio lentamente a uscire dal campo, dopo le inevitabili strette di mano e pacche sulle spalle con tutti gli altri, e vorrei non uscirne più. Mi rendo conto di come i miei competitor siano parte e ragione di questa emozione. Senza di loro non ci sarebbe senso. Mi sento parte di loro, dei loro visi magri, tirati, forti, e loro sono parte di me. Adesso andrò a salutare gli amici che sono venuti a tifarmi, mia moglie, il canadese che immortalava tutto e con cui s’è fatta amicizia in poche ore di convivenza. Mangeremo una gustosa piadina con le erbette a pochi metri dal campo, ricordando i vecchi tempi e vecchie gare, ma il mio cuore rimarrà legato per diversi giorni a quell’anello rosso di tartan, a quella riviera, a quei visi di atleti provenienti da tutto il mondo, uguali a me nella loro diversità, con i quali ho condiviso un sogno. Un sogno molto concreto, fatto di allenamenti quotidiani, di resistenza mentale alle avversità, di scoperta della bellezza del proprio corpo che si mantiene forte e sano, di emozioni interiori che può condividere appieno solo chi corre, e sa cosa significhi “fare scomparire il mondo” dietro di sé. Scoprire che questa emozione è condivisa con decine, centinaia, migliaia di uomini e donne di tutto il pianeta non mi lascia indifferente. E se una cosa è il saperlo “teoricamente”, viverlo intensamente cambia la qualità di questa percezione.

Good luck, mi ha detto quel ragazzo biondo guardandomi negli occhi con amicizia prima della partenza. E nelle sue parole, nel suo sguardo, c’era il mondo intero.
Luca Speciani

 

 
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