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Articolo pubblicato dalla rivista "Correre" nel numero di Giugno 2005
La corsa di lunga durata è inscritta nei nostri geni. Come per cibo e desiderio sessuale, l’evoluzione ci ha dotato di un senso del “piacere di correre”, strettamente correlato all’utilità del gesto per la nostra sopravvivenza. Riscopriamo questo piacere, comprendendone l’origine. Nati per correre Gli adattamenti fisici idonei ad affrontare la nuova vita dell’uomo primitivo nella savana (abbandonati gli alberi della foresta, come nella biblica uscita dall’Eden) hanno plasmato una diversa forma corporea. Questa forma è perfetta per la corsa e non sarebbe mai nata per la sola postura eretta o per il semplice bipedismo. Questa l’autorevole teoria sostenuta da due studiosi americani, Bramble e Liebermann (pubblicata su “Nature” nel Novembre 2004), da me ripresa su “Correre” di Marzo nell’articolo intitolato “La più naturale delle cose”. La teoria dei due scienziati è solidamente costruita su un’approfondita analisi delle funzionalità ossee, tendinee, muscolari e ghiandolari dell’uomo. Il confronto di queste strutture con quelle degli ominidi che ci hanno preceduto e di alcune scimmie antropomorfe ancora quadrumani, suggerisce il fatto che la corsa (e non il semplice cammino o il movimento) sia alla base di quella cascata di eventi evolutivi che hanno “costruito” l’uomo così come oggi lo conosciamo. Ovvero con un cervello enormemente sviluppato, un apparato digerente corto ed efficiente, un corpo privo di peli, una muscolatura “economica” ricca di lunghi tendini, e una capacità di “raffreddamento” legata alle ghiandole sudoripare che non ha pari in altre specie affini. Cultura e piacere La fondatezza di questa teoria deve farci riflettere su come la corsa faccia parte a pieno titolo del nostro bagaglio fisico, psichico e culturale. Ne consegue che l’esclusione della corsa dalla nostra vita può richiedere all’organismo adattamenti così pesanti che prima o poi si ritorceranno in modo negativo sulla nostra salute. Prendere coscienza di come la corsa faccia parte del nostro bagaglio psicofisico non è cosa automatica o elementare. Cosa significa, a livello mentale, essere degli animali “corridori di lunga durata”? Uno dei “trucchi” più efficaci con cui l’evoluzione ha piegato il nostro organismo ai suoi scopi è stato quello di farci “piacere” le cose che ci erano utili. Scopo primario è in particolare la sopravvivenza in condizioni ambientali ostili, ma anche l’acquisizione del maggior numero di partner, ben descritta in “Corri, corteggia e conquista!” su “Correre” di Novembre 2003. Per esempio, è chiaro a tutti come un ominide a cui non piacesse mangiare si sarebbe rapidamente estinto per fame, non essendo così facile reperire cibo solo al momento del bisogno “biologico”. Gli ominidi che amavano il cibo, quelli golosi insomma, sono quelli che sono sopravvissuti, e noi siamo i loro discendenti: gli altri sono scomparsi. Anche gli animali amano il cibo, ma lo amano in modo più istintivo, basandosi soprattutto sulla parte più antica del loro cervello. L’uomo ha invece sviluppato una corteccia cerebrale (più recente) che permette una rielaborazione dei dati sensoriali in termini cognitivi. Quella stessa rielaborazione che ha consentito ai primi uomini di creare simboli, di prevedere le azioni di caccia, di disegnare sul terreno o sulle pareti delle grotte immagini rappresentative di una realtà che avrebbero dovuto affrontare il giorno successivo. Nessun animale – nemmeno il più intelligente – è capace di qualcosa di lontanamente simile. Un cervello che ama la corsa L’evoluzione ha naturalmente subito approfittato della disponibilità di una tale ricchezza, e ha assegnato valori simbolici al cibo (valori affettivi, valori di potere, di status) che servivano a stimolare l’uomo a procurarsene di più, e quindi a sopravvivere più facilmente. Lo stesso ha fatto con lo slancio riproduttivo. All’essere umano piace fare l’amore perché garantisce una discendenza. Ma il seme non è il solo fattore che porta a maturità la prole. Ecco dunque che alla donna “piace” un uomo che sia protettivo, forte e garantisca sicurezza ai figli. A sua volta l’uomo cerca una donna che gli sia fedele, e così via. Una volta che la corteccia cerebrale si è sviluppata, l’evoluzione ha incominciato ad utilizzarla per i propri scopi, lasciandoci retaggi psichici che ovviamente ci portiamo dietro ancora adesso, perché fanno parte di noi. Della nostra unità mente-corpo. E l’uomo “corridore” in tutto questo cosa c’entra? La domanda che dobbiamo porci è la seguente: “Quali sono le modificazioni cerebrali che l’evoluzione ci ha dato affinché la corsa (che, secondo Bramble e Liebermann è stata alla base della nostra sopravvivenza) ci piacesse così tanto da non poterne fare a meno? Ecco, su questo punto vale la pena di ragionare, tra scienza e poesia.
“Running the antelope” In un bellissimo libro scritto dal biologo ultramaratoneta tedesco Bernd Heinrich (“Why we run”), è molto ben descritto questo passaggio evolutivo dal corpo alla mente. Heinrich, per preparare adeguatamente la 100 km di Chicago dell’81 (che poi vinse in 6h38’!), studiò a fondo tutti gli adattamenti escogitati dal regno animale per sviluppare uno sforzo di lunga durata. Da buon biologo esaminò così le incredibili capacità respiratorie degli uccelli migratori, la stupefacente resistenza del cammello alla disidratazione, i sistemi di raffreddamento degli insetti, e analizzò tutto ciò che potesse dargli suggerimenti per adattare il proprio organismo alla corsa di lunga durata. Imbattendosi nell’antilope di Pronghorn, il mammifero che presenta in assoluto le maggiori capacità di corsa di lunga durata, si rese conto subito del fatto che non solo questa antilope è naturalmente dotata ai massimi livelli di tutti i parametri fisiologici adattabili (dalla VO2 max alla ricchezza in globuli rossi del suo sangue), ma che, più di ogni altra cosa, a questo animale correre nelle praterie piace. Il suo organismo, impegnato per millenni in una “corsa agli armamenti” con predatori oggi ormai scomparsi, ha evoluto come sistema di difesa la capacità di correre veloce e a lungo senza fermarsi, fissandone il messaggio geneticamente anche all’interno del suo cervello di mammifero. Da quando muove i primi incerti passi, fino all’ultimo giorno della sua vita, l’antilope di Pronghorn continua a correre: per gioco, per passione, per autorealizzazione e – ormai raramente – per sfuggire a qualche predatore. La corsa è parte della sua vita, e manda onde positive al suo cervello e a tutto il suo organismo. Come nel vecchio detto (“Ogni mattina nella savana…”) ad ogni risveglio l’antilope sa che deve correre. Non sa perché, ma sa che deve farlo. Per non fare torto a se stessa, alle sue origini, alle sue capacità naturali. Vento nei capelli Qual è l’unico “predatore” capace di cacciare (senz’armi) l’antilope di Pronghorn? L’uomo. Perché l’uomo non solo ha le capacità tecniche di animale adattato alla corsa di resistenza, ma dispone anche di un cervello che – a differenza di quello dell’antilope – non ragiona di solo e puro istinto, ma è capace di prevedere, immaginare, scegliere. Sono infatti riportati da studiosi di etnologia casi di caccia all’antilope da parte di popolazioni indiane svolte senza l’ausilio di alcuna arma, ma solo sfiancando l’animale sul suo stesso terreno. Correndo. Le popolazioni che si sono cimentate in questo “sport” non l’hanno fatto certo per bisogno di cibo (potevano, con minore fatica, cacciare prede più facili, o fare uso di frecce, pietre, bastoni), ma semplicemente per amore della sfida, per la soddisfazione di esserci riusciti. Per avere espresso totalmente e completamente sé stessi, in uno sforzo profondo e intenso, parte integrante del nostro essere “uomini”. Ad ogni maratona, ad ogni corsa in montagna (ma in fondo anche in una “campestre” o in un 5000 in pista), rinnoviamo questo intenso piacere, che la nostra mente “evoluta” ci fa rivivere con la pienezza del cuore che batte. Un cuore che batte forte, e senza ragione alcuna, quando il vento ci scompiglia i capelli, e i nostri muscoli cantano in mezzo a un sentiero in collina. Luca Speciani |