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Raffreddore, addio! PDF Stampa E-mail
Redazione Corsa, Mente e Corpo   
Articolo pubblicato dalla rivista "Correre" nel numero di Dicembre 2004

La malattia più comune e diffusa al mondo colpisce chi corre come chiunque altro. Spesso però segnala un grido d’aiuto da parte di un sistema immunitario indebolito di un atleta che non ha saputo leggere i segnali mentali che il corpo mandava. Imparare a farlo può condurci ad una migliore conoscenza di noi stessi e dei nostri limiti.

 

Questa non ci voleva!

Mi capita spesso di sentire al campo questo genere di lamento: “Accidenti! Con tutta la fatica che ho fatto per prepararmi a questa gara, non ci voleva questo bel raffreddore la settimana prima!”.

Il caso è piuttosto frequente, ed il motivo è molto semplice: il raffreddore non ci colpisce per volontà del fato crudele o per nostra sfortuna, ma semplicemente perché nella fase finale della preparazione ad una gara impegnativa il nostro corpo è fortemente sollecitato, ed il nostro sistema immunitario non riesce più a tenere a bada le sollecitazioni ambientali legate a virus e germi.

Un forte raffreddore la settimana prima della gara è senza dubbio un’esperienza fastidiosa. Ma di chi è la colpa? Se esaminiamo il problema con mente aperta lo scopriremo presto.

Cos’è il raffreddore

Le sindromi da raffreddamento sono patologie di origine virale che colpiscono un po’ tutti, e contro le quali non esiste cura, ma solo aiuto o prevenzione. Un proverbio dice che il raffreddore passa in sette giorni con i farmaci giusti, e in una settimana se non si fa nulla. Un modo elegante per dire che non vale la pena di assumere alcun farmaco. I sintomi però sono fastidiosi: naso chiuso, difficoltà respiratorie, perdita dell’olfatto, debolezza, brividi, e talvolta complicazioni ai bronchi. In queste condizioni, altro che allenamento! Occorre riposare, stare al caldo e mangiare leggero: non certo uscire a correre nel freddo. E la nostra preparazione si ammoscia.

La domanda da porci è come il virus sia entrato in contatto con noi, e soprattutto perché si sia potuto moltiplicare. Il contatto avviene per mille vie (dagli starnuti di chi ci sta vicino, alla frequentazione di zone affollate), ma è esperienza comune che il raffreddamento possa nascere anche dopo aver preso del gran freddo, senza bisogno di alcun “untore”. Infatti noi siamo spessissimo in contatto con i virus responsabili del raffreddamento, ma ci ammaliamo solo alcune volte (o mai) nel corso dell’anno. Perché?

Un terreno ricettivo

Il motivo è che in condizioni normali di salute, il nostro sistema immunitario è perfettamente in grado di farsi beffe del virus, liberandosi con efficacia del DNA estraneo, senza farci nemmeno sentire un pallido accenno di sintomi. Cosa succede dunque di strano quando invece ci ammaliamo? Diventiamo vittime del raffreddore quando il sistema di “guardia” naturale è scarico, e quindi incapace di opporre adeguata resistenza all’attacco esterno, per piccolo che sia.

La nostra lotta al raffreddore (anche perché la preparazione atletica non ne risenta) deve dunque prevenire il verificarsi di questa situazione, rendendo il nostro “terreno” meno ricettivo.

Uno degli elementi che scatenano la ricettività risiede sicuramente nel superamento dei limiti del nostro corpo con allenamenti troppo lunghi e duri, oppure privi dei necessari tempi di recupero tra un lavoro e quello successivo.

Risposte e recuperi

Molti atleti pensano che più intenso è il carico di lavoro a cui si sottopongono, e migliori saranno i loro risultati. Non è così. La proporzionalità diretta tra lavori svolti e miglioramenti prestativi funziona fino ad un certo livello, e solo se tra un allenamento e il successivo ha potuto instaurarsi il fenomeno naturale della supercompensazione, che induce nell’organismo allenato una risposta di adattamento leggermente superiore rispetto al livello al quale lo stimolo era stato fornito. Oltre un certo livello di carico (oppure se i tempi di compensazione non vengono rispettati) l’organismo cede, e quello che pensavamo fosse uno stimolo positivo, diventa invece alienante (a livello psicologico) e debilitante (a livello fisico).

E’ chiaro come sia più facile che questo avvenga in fase di fine preparazione, quando le risorse fisiche sono state molto sfruttate, e i ritmi e i carichi di lavoro sono molto sostenuti. Ma il “cedimento” arriva raramente, se non si cade nei due errori più frequenti, che sono:

-         la non gradualità nei carichi (ad esempio nel rientro da infortuni, o dopo periodi di pausa)

-         il non rispetto dei tempi di recupero tra carichi intensi, che è individualmente diverso.

E una volta caduti?

Dice una massima orientale che il vero uomo non è colui che non cade mai, ma colui che una volta caduto impara come rialzarsi rapidamente. E così dobbiamo fare noi. Detto una volta per tutte che a livello di prevenzione una sana ed equilibrata alimentazione, abbinata ad uno stile di vita sobrio (sonno regolare, stress contenuto) rappresenta la miglior polizza antivirale esistente, possiamo comunque aiutarci una volta “caduti” con l’assunzione di antiossidanti (vitamina C in particolare, per l’eliminazione delle scorie), e controllando di non essere in carenza degli oligoelementi zinco e rame, preziosi in tutte le patologie virali o da raffreddamento. Cercando poi di bere moltissimi liquidi (anche attraverso frutta e verdura), aiutando i reni ad eliminare le scorie virali con frequenti soste in bagno. Ma la nostra amica mente può aiutarci in qualche modo?

Mente e segnali

La nostra mente cosciente può sicuramente aiutarci a prevenire la crisi da superallenamento imparando ad interpretare i segnali che il corpo ci dà. Quando ci troviamo ammalati, la rilettura all’indietro di ciò che abbiamo fatto è spesso illuminante (“avevo lavorato fino a tardi, e ho voluto fare ugualmente le ripetute…”), eppure quando ci siamo dentro ci sembra di essere onnipotenti e di poter reggere ritmi sovrumani. Imparare che così non può essere, se non in brevi momenti della nostra vita, è già una lezione importante, che la mente deve registrare per una prossima volta. A leggere i segnali del corpo, infatti, ci si può e deve allenare, ogni giorno. Per esempio rinunciando a correre su un tendine già dolorante, o evitando di sopprimere un mal di schiena o un’emicrania con un farmaco, che presto o tardi ci chiederà il conto del nostro abuso.

Inconscio e trasmettitori

Anche la nostra mente istintiva, però, può fare molto. Quando noi siamo divorati da pensieri tristi, demotivati, abbattuti, dobbiamo pensare (come suggerisce il Dr. Chopra) che il nostro cervello produce neurotrasmettitori “tristi” in grado di raggiungere recettori sparsi un po’ dappertutto sui nostri organi. Il che significa che se noi siamo tristi e stanchi a livello centrale, sarà “triste e stanco” anche il nostro sistema immunitario, e il nostro apparato respiratorio. Con possibilità di raffreddamento molto aumentate. Capire che la nostra salute dipende in modo molto stretto dal nostro equilibrio psicofisico, è un passo avanti importante verso una maggiore consapevolezza di se stessi e dei propri limiti. Applicarlo alla vita di tutti i giorni non è cosa facile. Ma qualcuno ha mai detto che arrivare in fondo ad una maratona lo sia? Eppure, un anno dopo l’altro, continuiamo a farlo. Nella speranza che questa voglia di crescere e di imparare non ci abbandoni mai.

 

 

 

 
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