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Quei cibi che ci fanno andare piano PDF Stampa E-mail
Luca Speciani   
Apparso su "Correre" di Maggio 2004 con il titolo "Mangio e poi corro come un mattone"

Il nostro organismo è sensibile a molte sostanze, verso le quali abbiamo sviluppato un’intolleranza. Alcune di queste possono essere normalissimi cibi: latte, farina, uova. L’assunzione di un cibo per noi individualmente pericoloso, può ostacolare la naturale espressione della nostra forza muscolare. Possiamo evitarlo?

Non vado più nemmeno a calci
”Mi alleno, mi alleno, e non vado più nemmeno a pedate nel sedere!” Quante volte abbiamo sentito queste frasi? Chi incolpa il ferro, chi la stanchezza o la caduta di motivazione. Poi si fanno i controlli medici, e i valori rientrano tutti nella norma. Dunque, quali cause nascoste, fisiche o mentali, possono sottrarre subdolamente tanta energia alle nostre prestazioni sportive? Un campo di ricerca in forte sviluppo negli ultimi anni è quello legato alle intolleranze alimentari, e ancora di più alla sensibilità cerebrale ai cibi di cui ci nutriamo.

Eccessi e reazioni
Sarà capitato anche a voi di constatare come qualche volta, dopo una scorpacciata di un certo alimento, ci si senta deboli, svuotati, appesantiti. Altre volte avete magari sviluppato un potente mal di testa. Vi siete mai chiesti perché? Il motivo può talvolta risiedere in un’intolleranza alimentare, che si differenzia da un’allergia in quanto non mediata da un meccanismo antigene-anticorpo (tecnicamente parlando, si dice “non mediata da immunoglobuline di tipo E”).

Il corpo, in pratica, riceve un alimento nei confronti del quale, in passato, ha già dovuto reagire come se fosse un “veleno”. Ed oggi, anche a causa della fissazione cerebrale del ricordo di quella “indigestione”, l’organismo risponde con un eccesso di risposta difensiva, che può provocarci sintomi fastidiosi.

Imballati in corsa
Quella brutta sensazione di pesantezza, gonfiore e affaticamento generale, si riverbera immediatamente anche sulla nostra corsa, procurandoci allenamenti faticosi, difficoltà di recupero, lentezza digestiva. Numerosi lavori scientifici (Metzger et al.) hanno infatti ormai dimostrato la stretta connessione tra assunzione di cibi allergizzanti e temporanea riduzione della capacità dei muscoli di esprimere un lavoro. Tanto da consentire l’utilizzo di questa reazione naturale a scopo diagnostico in alcuni test allergologici utili per individuare le sostanze verso le quali siamo sensibili.

Un’origine multifattoriale
Il motivo per cui un organismo sviluppa una sensibilità ad alcuni cibi e sostanze, è stato studiato a fondo. Le cause sono molteplici, e purtroppo si sommano l’una all’altra. Talvolta all’origine vi sono turbe digestive: ad esempio l’incapacità di “smontare” completamente i cibi di cui ci nutriamo, costringendo così il nostro apparato digerente a gestire sostanze nutritive ancora troppo complesse, dando loro il significato di “veleni”. Altre volte ricerchiamo sistematicamente alcuni cibi di cui siamo golosi (dal cioccolato alla pasta, dai formaggi ai pomodori), obbligando l’organismo a fare quotidianamente fronte ad eccessi di sostanze sempre uguali, fino a costringerlo a “mettersi in guardia” verso cibi che di per sé sarebbero del tutto sani.

In sintesi ci troviamo davanti a uno squilibrio dovuto ad una continua “irritazione” dei nostri sistemi di guardia verso le potenziali insidie alimentari del mondo esterno. Il controllore, invece di aiutarci, si rivolta contro di noi. Ma è tutta colpa sua?

Il cervello al lavoro
Il nostro cervello interviene attivamente in questa situazione di controllo. Non sempre aiutandoci. Certe volte infatti è proprio il bisogno mentale di alcune sostanze, in grado di agire come neurotrasmettitori, che ci spinge a cercare compulsivamente un certo cibo. Si sa che il latte è ricco di triptofano, un aminoacido precursore della serotonina (in grado di indurre nell’organismo uno stato di rilassamento). Avviene così che alcuni tendano a ricercare latte e latticini più di altri, predisponendosi ad una intolleranza. Altre volte il “colpevole” può essere il frumento o il mais, i cui residui indigeriti, riconosciuti come tossine, provocano reazioni organiche – come il rilascio di istamina - che il cervello può addirittura ricercare per il suo effetto eccitante. Anche squilibri ormonali, come gli sbalzi insulinici di chi fa ampio uso di cibi zuccherini, possono provocare ipoglicemie reattive che ci fanno cercare con ansia altri carboidrati, generando potenziale sensibilizzazione.

In tutti i casi – un po’ come nella dipendenza da alcool, fumo o stupefacenti – il cervello può spingerci inconsciamente a ricercare continuamente le sostanze a cui già siamo sensibili, così da incrementare la nostra intolleranza in un circolo vizioso.

Sovraccarichi insidiosi
Un’intolleranza si manifesta tutte le volte che l’organismo supera la soglia di carico che è in grado di sopportare, e la sua insorgenza può essere subdola. Non è la scorpacciata di formaggi del giorno prima a crearci problemi, né il cappuccino del mattino, e neppure la purea presa a pranzo, ma magari il biscotto al latte preso col tè a metà pomeriggio, in corrispondenza del quale scoppia il mal di testa e la sensazione di gonfiore e debolezza. Come incolpare il biscotto? Eppure quella ulteriore assunzione di latte “nascosto” ha fatto traboccare il vaso, costringendo il corpo a reagire alla continua sollecitazione infiammatoria.

Se poi pensiamo alla quantità di cibi industriali, spesso contenenti derivati del latte (caseinati, sieroproteine, latte in polvere, burro) o di frumento e mais (olio di semi, crusca, farina, germe di grano), e alla incredibile quantità di additivi, sbiancanti, aromatizzanti, conservanti, addensanti, esaltatori di sapidità, coloranti, capiamo quanto sia difficile al nostro organismo stare 24 ore di fila senza stimoli infiammatori!

Come uscirne?
La prima cosa da fare è capire se veramente si sia sensibilizzati ad una certa classe di sostanze, con un test affidabile. Ma prima ancora può essere utile alternare i vari cibi, ed osservare con attenzione le proprie reazioni: fisiche e psichiche. Una volta identificato ciò che è in grado di sovraccaricarci, la via migliore è quella di effettuare una dieta di rotazione, in cui gli alimenti “dannosi” vengano evitati per alcuni giorni consecutivi, alternati ad un giorno di libertà. Lo scopo infatti deve essere il ritorno alla normalità. In casi specifici poi sarà il medico ad individuare la necessità di fare uso di speciali “vaccini” in grado di desensibilizzare all’intolleranza attraverso un’azione mirata al riequilibrio di specifici recettori cerebrali.

Prevenire è meglio che curare
Ma l’atleta che si trovi nel dubbio che cosa può fare? Intanto può iniziare a scegliere con cura i cibi di cui si nutre. Per esempio chi fa uso di molta fibra (cereali integrali, verdure crude intere) velocizza il transito delle scorie digestive, riducendo il contatto interno con agenti allergizzanti. Chi utilizza d’abitudine cibi freschi e naturali, piuttosto che complesse preparazioni industriali, assume meno sostanze sconosciute, tenendo così sotto controllo ciò che veramente ingerisce. E’ stato inoltre studiato l’effetto di alcune vitamine (come vit. C e vit. B6) e minerali (come manganese, zinco e rame) nel renderci più forti di fronte a potenziali risposte allergiche. Al contrario lo stress, il fumo e la tensione psichica (peggiorati dalla carenza di sonno) predispongono all’intolleranza, talvolta indirettamente attraverso secrezioni alterate di insulina o di steroidi surrenali.

Rimedi antichi
Ad ogni nuova scoperta, insomma, le scienze biologiche devono prendere atto del fatto che patologie complesse richiedono approcci complessi, che tengano conto dell’uomo (come dell’atleta) nella sua interezza. L’approccio puramente farmacologico, che ha avuto grandi successi in passato contro le malattie infettive, in un caso come quello delle intolleranze ha ben poco da offrire. La saggezza dei nostri antenati, fatta di buone dormite, di lunghe camminate, di cibi freschi e incontaminati, e di cordiali e sereni rapporti sociali è oggi ancora la migliore barriera contro gli squilibri della nostra vita stressata e disumanizzata.

Noi che corriamo, e amiamo la corsa, sappiamo già che un sorriso in più e un’alimentazione sana ci aiutano più di mille farmaci o integratori. E le risposte, come in un antico detto zen, talvolta stanno tutte nel palmo della nostra mano.
Luca Speciani

 

 

 
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