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Quando la grinta ci fa perdere PDF Stampa E-mail
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Luca Speciani   
Articolo apparso sul numero di Luglio/Agosto di "Correre" con il titolo "La grinta può attendere"

Non sempre essere dotati di grande grinta e combattività ci aiuta a raggiungere risultati in tutte le gare. Vediamo perché.

Quello è uno veloce!
Capita spesso di sentire definire un atleta, al campo, come “veloce” o “lento”. Da che cosa dipende la fama che alcuni di noi si portano dietro? Spesso infatti non si tratta di una definizione che caratterizza in modo assoluto il valore di un atleta, ma definisce solo con chiarezza la sua grinta o la sua capacità di esprimersi in una volata o in uno scatto. E’ evidente infatti che se si trovano all’arrivo di una gara due atleti di valore pressoché pari, vincerà quello “più veloce”.  Ma dov’è questa differenza? Sicuramente nella ricchezza nei muscoli di fibre veloci rispetto alle fibre lente, che hanno maggiore capacità di lavorare in carenza di ossigeno, ma anche nella grinta che l’atleta è in grado di esprimere. In altre parole, dalla capacità di tenuta “di testa” nelle continue accelerazioni richieste da una volata vincente.

Muri energetici
Purtroppo talvolta si verifica il fatto che questi atleti così grintosi e determinati, non riescano poi ad emergere in alcun modo nelle gare più lunghe, e in special modo in maratona. In maratona i cosiddetti “diesel” (quelli che nelle gare brevi venivano snobbati da quelli “veloci”), e che anche in allenamento odiavano le ripetute brevi e veloci, riescono invece a rendere di più. Perché?

Questo avviene perché sui 42 km è indispensabile essere in grado di attivare il consumo dei grassi, in quanto le dotazioni di zuccheri presenti nel corpo non sono sufficienti ad arrivare fino in fondo. Che si tratti di un marcantonio da 90 kg o di una libellula da 45, poiché il consumo energetico è funzione anche del peso da trasportare, il serbatoio di zuccheri è (in proporzione) uguale per tutti, e ci può trasportare fino al km 30-35. Non oltre. Oltre quella soglia, per chi abbia consumato solo zuccheri, c’è il famoso “muro”: quello contro cui abbiamo pianto in tanti…

Domande indiscrete
Al convegno pre-maratona che ho tenuto a Genova in Febbraio con Giacomo Leone (dove avevo a lungo parlato dell’importanza di un atteggiamento mentale vincente), uno dei presenti ha posto la seguente domanda: “Come mai un atleta a cui la grinta certo non mancava, come il grande Francesco Panetta, non è mai riuscito a sfondare in maratona?”. Il caso non è isolato: abbiamo tutti assistito al crollo di Battocletti a Venezia dopo 30 km velocissimi in testa davanti a tutti. Ed anche altri atleti che spopolano nella mezza, si bloccano poi dopo il “muro” in modo inspiegabile. Quale spiegazione può dare conto di questa apparente contraddizione? Come mai atleti che hanno dimostrato in più di una occasione una grinta e una forza eccezionali (e una grande capacità di soffrire), si bloccano poi davanti agli ultimi 10 km di una maratona? La spiegazione non è così ovvia come può sembrare.

Quadri ormonali
Il problema è che gli atleti normalmente considerati “veloci” (ovvero dotati sia di fibre veloci che di atteggiamento grintoso), hanno la tendenza – proprio perché capaci di sollecitare il proprio organismo in modo intenso – a creare le premesse biochimiche, fisiologiche e ormonali, per consumare quasi esclusivamente zuccheri. Si sa infatti che l’organismo, di fronte a un pericolo, o alla necessità di correre ad alta velocità, sceglie il carburante di maggior qualità (lo zucchero, stipato nel fegato e nei muscoli sotto forma di glicogeno), lasciando invece i grassi (più “faticosi” da convertire in energia) saldamente fermi al loro posto, negli adipociti. Tanta più grinta e “stridor di denti” questi atleti metteranno nella loro prestazione, dunque, tanto più sarà loro difficile consumare del grasso in gara. Col risultato, deleterio, di arrivare al “muro” con le scorte di zuccheri completamente esaurite.

Training mentale
Questi atleti dunque sono già allenatissimi, dal punto di vista fisico: non hanno bisogno di tirarsi il collo ulteriormente. Quello che servirebbe loro è invece un buon training mentale, che li porti (operando a livello inconscio sui loro atteggiamenti) a sviluppare un quadro psicofisico più favorevole al consumo dei grassi in gara. Il Mind Body Work utilizza per questo scopo dei lavori specifici (sezione “LIP”) che – in estrema sintesi – trasformano con alcuni “trucchi” il ritmo maratona in un ritmo percepito come rilassante e riposante. La parola chiave è “percepito”: infatti non è il ritmo a cambiare, ma la percezione che ha l’atleta di quel ritmo. Con questo mezzo “dolce” l’atleta trasforma gradualmente il suo modo di intendere il ritmo gara (non più quindi una lotta a denti stretti, ma un ritmo sciolto e regolare), predisponendo un quadro neurale che faccia uso di mediatori opposti a quelli della “grinta”: come dire endorfine e serotonina al posto di adrenalina e noradrenalina. La presenza o dominanza di questi neuromodulatori rende notevolmente più facile il consumo dei grassi, e di conseguenza la potenza lipidica che l’atleta può esprimere.

La trasformazione è lenta e graduale, e soprattutto inconscia, ma di efficacia totale. Anche gli allenamenti classici per la potenza lipidica (lunghissimi, medi, corse a tappe, recuperi sostenuti) vengono a quel punto corsi sfruttando una quota maggiore di grassi, e abituando l’organismo a quella che sarà la logica energetica della maratona.

Non esistono risposte facili
Quando è in gioco l’organismo umano, risposte facili non ne esistono. Il due più due difficilmente fa quattro, e le teorie si scontrano con la complessità. Tenere il coltello tra i denti può essere d’aiuto in molte gare: non sicuramente in quelle più lunghe di 30 km. Capire perché, significa avere fatto un passo avanti nella comprensione delle dinamiche di interazione tra corpo e mente.

Il microbiologo (e premio Pulitzer) americano René Dubos ha scritto: “E’ venuto il momento di dare allo studio delle interazioni la stessa dignità attualmente assegnata allo studio delle varie parti che compongono l’organismo. La strada contraria porterà biologia e medicina in un vicolo cieco.” Lo studio delle risposte individuali agli stimoli fisici e mentali volti ad ottenere modifiche metaboliche nell’atleta, rappresentano un passo molto avanzato in questa direzione che – non fatico a pensarlo – sarà negli anni a venire ricca di nuovi e interessanti sviluppi.
Luca Speciani


 
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