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Mind Body Work PDF Stampa E-mail
(1 voto)
Luca Speciani   
Articolo apparso su Correre di Febbraio 2003. 
Sottotitolo: "Un metodo innovativo per atleti completi. Allenare contemporaneamente la massa corporea e la propria psiche e sfruttare le reciproche influenze". (Questo articolo porta la mia firma e quella di Pietro Trabucchi)

Un passo in più
Nessuno oggi ha il coraggio di negare il fatto che corpo e mente si influenzino reciprocamente. Anche nella corsa. Dall’amatore che si demotiva dopo la terza ripetuta (perché continua a pensare a quante ne deve fare), fino a quel runner che durante una recente “Linea Diretta” mi raccontava le sue difficoltà a correre le ripetute sui 1000 in 3’30, quando poi in gara faceva i 3000 in 10’20”! Pietro Trabucchi dice: “I muscoli mandano al cervello segnali di stanchezza, ma anche la mente può influenzare negativamente il rendimento muscolare producendo sensazioni di stanchezza o demotivazione”. Se ciò è vero, è naturale che sia possibile anche l’opposto, cioè che la mente influenzi positivamente il nostro rendimento muscolare. Su questa base, ci siamo raccontati nei mesi passati tanti esempi pratici che ci hanno dimostrato come questo fosse possibile.

Bene: è arrivato il momento di fare un passo più in là, cercando di capire come in verità corpo e mente non si limitino a influenzarsi reciprocamente, ma rappresentino due aspetti differenti di un’unica realtà. Una realtà che possiamo chiamare “unità corpo-mente”, “individuo”, “sé”, o come diavolo ci pare, ma sulla quale possiamo agire solo considerandola nella sua totalità.

Evidenze eclatanti
“Il corpo non è in grado di distinguere fra eventi che costituiscono una reale minaccia alla sopravvivenza, ed eventi presenti soltanto nel pensiero”, afferma Joan Borysenko, psicobiologa fondatrice della clinica Mente/Corpo del New England.

Ad un soggetto sotto ipnosi possono formarsi piaghe assolutamente reali sulla pelle anche se il “ferro rovente” non è altro che una comune matita. E i “cani di Pavlov” da decenni dimostrano come il semplice suono di un campanellino possa condizionare la secrezione di enzimi digestivi.

Fate questo piccolo esperimento, immaginando di tagliare un limone appena estratto dal frigo e di portarlo alla bocca spremendone alcune gocce sulla lingua, che poi deglutirete lentamente. Non avete in mano alcun limone, vero? E allora perché avete prodotto in bocca tutta quella acquolina?

Dov’è il confine tra fisico e mentale?

Una rete bidirezionale
Negli anni ’70 e ’80 sono state studiate a fondo le modalità di comunicazione tra cervello e organi con la scoperta di sostanze “informazionali” (neuropeptidi) in grado di trasmettere messaggi molto precisi a degli specifici recettori. Studiosi come Candace Pert o i premi Nobel Hughes e Kosterlitz (scopritori delle endorfine) dimostrarono ben presto come i recettori esistenti a livello cerebrale esistessero anche a livello di organo, e come la secrezione di neuropeptidi potesse muoversi in entrambe le direzioni. Il passaggio di informazioni tra mente e corpo, non è quindi più spiegabile in termini gerarchici (la mente comanda il corpo) ma in modo paritetico. Vi è una fitta ed intricata rete informativa in continuo interscambio. Il corpo smette di essere solo corpo, ma diventa parte dell’insieme indivisibile corpo/mente.

Ricerche recenti condotte negli Stati Uniti presso l’UCLA, e presso il Brain Research Institute di Mosca, hanno dimostrato con chiarezza come attività mentali mirate abbiano indotto riduzione della pressione e della frequenza cardiaca, minor consumo di ossigeno, riduzione dei livelli plasmatici di cortisolo e di acido lattico, aumento della resistenza cutanea ecc.

Perché dunque la scienza dell’allenamento ha per decenni trascurato (o appena sfiorato) tutte le implicazioni legate allo stretto rapporto tra mente e corpo nell’atleta?

Colpevole ignoranza
Indubbiamente tutte le scienze devono ancora scontare quattro secoli di pregiudizio cartesiano. Il futuro, tuttavia, è di chi ha il coraggio di abbandonare sponde sicure per indagare ciò che ancora non è spiegato. Non ci può essere indagine scientifica davvero completa che ignori l’una o l’altra delle due facce del problema.

Lo studio delle tecniche alimentari e di allenamento del maratoneta non fa eccezione. Qualunque testo tecnico che ignori gli aspetti mentali in grado di influenzare le prestazioni del corridore, non può dirsi completo.

Se un atleta, casualmente, interpreterà mentalmente le gare in modo corretto, potrà eccellere. Se invece, ignorando il problema, farà casualmente le scelte sbagliate, fallirà senza neppure sapersi spiegare il perché.

Qualche famoso esempio
Vi sono atleti dotati fisicamente di immenso talento, che in tutta la loro carriera hanno vinto poco o nulla. Ad esempio Dave Bedford, sempre battuto da qualcun altro anche quando deteneva la migliore prestazione mondiale sui 10.000. Ma anche campioni ancora in attività, come Goffi o Di Napoli, spesso traditi dal fattore emotivo o dall’incapacità di interpretare mentalmente una gara nel modo più giusto. Altri, magari atleticamente meno dotati dei loro diretti avversari (mi vengono in mente Cova, Bordin, Baldini) hanno però saputo vincere di tutto: olimpiadi, campionati del mondo, campionati europei. Questo grazie ad altissime doti mentali, che andavano dalla capacità di sopportazione del dolore, alla mentalità vincente, fino al superamento delle crisi d’ansia e al rilassamento in corsa.

Oggi non sembra concepibile pensare ad un piano di allenamento per un top runner che escluda o trascuri la preparazione mentale. Se per l’amatore l’effetto potrà essere compensato da altri parametri di più semplice miglioramento (numero di km o di allenamenti settimanali, alimentazione adeguata, tabelle più razionali ecc.), per chi sia già vicino al proprio limite fisico, l’allenamento mentale può fare la differenza. Vogliamo provarci?

Mind Body Work

Questo tipo di allenamento integrato, Trabucchi ed io (che insieme stiamo lavorando a questo progetto) l’abbiamo chiamato MBW: Mind Body Work.

MBW significa lavoro integrato mente/corpo. Fondere questi due aspetti significa individuare delle precise tecniche di allenamento che educhino l’unità corpo-mente dell’atleta ad agire in sintonia massimizzando i risultati.

Può significare, per alcuni, svolgere le cosiddette “ripetute affaticanti”. Per altri invece può implicare allenamenti di resistenza mentale alla fatica (progressivi molto graduali, ma senza limiti prefissati), cambi di ritmo a sensazione per esercitarsi a controllare l’accumulo di acido lattico, o ancora esercizi di respirazione controllata (ansiosi) o la creazione di immagini mentali specifiche.

Fare MBW significa affrontare problemi come l’ansia pre-gara, la percezione della fatica e i mezzi per contrastarla, il superamento delle crisi metaboliche, gli effetti ormonali della tensione in gara, la motivazione a vincere, e tutte le possibili implicazioni correlate. Ma significa anche sviscerarne i punti di contatto biochimici, fisiologici, mentali. Significa anche capire come ci alimentiamo e perché, ovvero condizionati da quali e quanti stimoli mentali.
Chi si limiterà a dire: “Non mi interessa” avrà perso una valida opportunità per capire fino in fondo le proprie potenzialità complessive, o quelle degli atleti che intende seguire.

 

   
 
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