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Ed. Tecniche Nuove (febbraio 2008), € 19,90
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Luca Speciani
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Articolo pubblicato dalla rivista "Correre" nell'Ottobre 2005
La voglia di incominciare a correre o a muoverci non ce l’abbiamo tutti. I pesanti condizionamenti culturali a cui siamo soggetti fin dalla nascita possono renderci difficile il decollo. Come partire col piede giusto?
Condizionamenti culturali Capita spesso di osservare, in spiaggia o ai giardinetti, curiose scenette tra madri e figli in cui un bimbo particolarmente vivace viene pesantemente redarguito dal genitore, perchè “si agita troppo” oppure perchè “sta sudando”. Il bimbo in questione magari può addentare tre gelati uno dietro l’altro senza suscitare particolare apprensione. Ma se incomincia a correre e a sudare, ecco che l’intervento materno provvede subito a dissuaderlo. L’idea che correre possa fare male, o nella migliore delle ipotesi essere una gran perdita di tempo, è dura a morire. Le generazioni che ci hanno preceduto hanno lavorato duramente per conquistarsi quel benessere economico di cui oggi usufruiamo: tutto ciò che era svago o diletto rientrava nella categoria della “perdita di tempo”. Poco importa se quel tempo poteva darci benessere o salute.
Ricordo il viso di mia madre, quando infilavo scarpette e calzoncini. Il sopracciglio corrugato e l’espressione critica sottintendevano “Ma che cosa vai a correre, con tutto quello che ci sarebbe da fare”. E intendeva “di produttivo”.
Per le donne, poi, la critica genitoriale era ancora più aspra. Amiche maratonete di valore, come la Bizioli o la Cini mi hanno spesso descritto la dura opposizione subita in famiglia. Una donna che correva non era soltanto una che “perdeva tempo” come i colleghi uomini, ma anche un individuo che rinnegava la propria femminilità. Con queste premesse, chi ha incominciato a correre negli anni ’70 deve a tutti gli effetti essere considerato un coraggioso rivoluzionario.
Ignoranza sportiva Ancora adesso, però, sacche di “ignoranza sportiva” resistono e fanno danni. Vi sono persone che avrebbero un bisogno enorme di muoversi, in quanto la sedentarietà prolungata ha già provocato loro gravi danni in termini di sovrappeso, problemi cardiovascolari, diabete, accumulo di colesterolo o di trigliceridi. Invece tali persone ricevono spesso dai loro medici di base indicazioni in totale contrasto con ciò che il buon senso vorrebbe.
Un piano di dimagrimento ideale non può prescindere dall’attivazione metabolica derivante dal movimento, pur nel rispetto dei parametri clinici individuali (età, pressione, allenamento, patologie, situazione cardiaca). Le mie indicazioni, soprattutto all’inizio del rapporto, sono sempre molto prudenti. Tuttavia capita frequentemente che al primo controllo, magari un mese più tardi, la persona mi riveli di non aver fatto alcun movimento, ma di avere solo seguito la dieta, in quanto il medico (ma talvolta anche solo un amico o un conoscente) le ha consigliato di stare ferma. Quanta sospetta solerzia nel raccogliere queste superficiali indicazioni! Se il medico dice di fumare o bere meno, la sua parola viene sempre messa in discussione. Ma se raccomanda di stare fermi viene subito ascoltato in modo rigoroso.
La coordinazione si allena Certo è che l’abitudine all’attività fisica deve essere acquisita gradualmente negli anni, perchè il nostro organismo impari a coordinarsi anche a livello neurale. Non si può pensare che un adulto da sempre sedentario, possa facilmente imparare a sciare o a ballare le danze latino-americane. Ogni volta che spostiamo una gamba per camminare, i nostri meccanismi di regolazione interni (i fusi neuromuscolari e gli organi tendinei del Golgi) inviano segnali di regolazione propriocettiva a gruppi muscolari magari distantissimi, ma che in modo del tutto automatico si coordinano tra loro per affrontare le mille varianti del terreno, della salita, dell’inclinazione laterale, di un ostacolo che si avvicina ecc. Questa capacità non nasce spontaneamente, ma va gradualmente costruita con la pratica. Via via che il bambino impara a giocare a calcio, o a colpire con la racchetta da tennis, alcune vie neurali che supportano quei movimenti vengono rafforzate, con un meccanismo da me descritto nel cap. 2 di “Mente e Maratona”. Ma se non si fa moto fin da piccoli? E’ il triste caso di una donna da me seguita che, invitata a fare un po’ di blando movimento in appoggio ad una dieta dimagrante, mi ha candidamente rivelato di non sentirsi in grado di farlo. Potete immaginare il mio stupore, visto che le chiedevo solo di camminare qualche minuto in un parco, al ritmo da lei preferito. Il rifiuto non era legato a pigrizia o a condizionamenti culturali, ma a semplice paura. La signora non desiderava altro che potersi muovere, ma semplicemente non ne era capace. Ogni volta che provava a camminare cadeva disastrosamente. Bastava una piccola radice o una minima asperità del terreno, e lei inciampava o cadeva, talvolta facendosi anche del male. Mi spiegò tra le lacrime che era così da sempre. Non era capace di camminare per più di qualche minuto. L’ultimo medico con cui aveva affrontato il problema le aveva detto: “Lei è un’imbranata!” e lei aveva perso ogni desiderio di capirne il perchè. Dalla sua storia clinica, invece, il motivo emergeva chiarissimo. Una scoliosi piuttosto accentuata fin da bambina l’aveva fatta esentare da qualunque pratica ginnica. Inoltre una malintesa prudenza materna l’aveva tenuta lontana da ogni attività (gite, pic-nic) che potesse farla camminare. Non aveva quindi mai “nutrito” le proprie capacità di coordinamento neuro-muscolari. Era come una donna con occhi perfettamente funzionanti, ma bendati dalla nascita. Strumenti di base completi e perfetti, nella totale incapacità di utilizzarli. Ricostruire un coordinamento neurale richiederà del tempo (formazione di nuove sinapsi, adattamenti ecc.), ma potrà almeno fornirle un’autonomia di movimento sufficiente a farla stare nel mondo senza sentirsi inadeguata. Muoversi fa parte di noi. Ricordiamoci di non dimenticarlo!
Lieto fine Voglio però riportare anche una storia dal finale dolce, che ha riguardato una mia assistita di 77 anni, che chiameremo “Nonna Aurelia”. Questa simpaticissima signora, in grave sovrappeso e con complicazioni cardiovascolari, mi viene inviata dal medico curante per provare ad avvicinarla al movimento, indispensabile per la sua salute. Quando si siede davanti a me, per la semplice rilevazione dei dati antropometrici, ha il respiro affannato. Le spiego l’utilità di provare a camminare, almeno tre volte la settimana, inserendo una piccola passeggiata con il suo bel bastone. Fermandosi quando vuole, e senza alcun obiettivo di durata. Mi sfugge però detto che, per aiutare il consumo dei grassi, prima o poi arriveremo ad un’ora di cammino.
Al controllo due mesi dopo, le indicazioni dietologiche sono state sommariamente seguite, ma lo stato complessivo mi sembra molto migliorato. Spogliandosi per la rilevazione dei dati di massa grassa e magra non ha più affanno. Ha perso diversi kg di grasso puro e (incredibile) ha anche costruito massa muscolare. Mi dice candidamente: “Dottore, ho iniziato a fare ogni mattina una camminata di un’ora, con un giro speciale che mi piace molto!”. Caspita, dico io, ma che brava! Ma qualche problema non l’ha avuto?? La sua risposta mi lascia piacevolmente stupito: “Uno solo, dottore… devo inventarmi un altro giro, perchè adesso per fare il solito ci metto mezz’ora soltanto!”.
Se Nonna Aurelia ha raddoppiato le sue capacità motorie in soli due mesi, non avete nessuna scusa. Se ancora non l’avete fatto, infilatevi le scarpette, e andate fuori, al sole, a godervi un po’ di “normalità”. Luca Speciani |
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