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Articolo pubblicato dalla rivista "Correre", Maggio 2005
Chi corre in altura non riesce ad accumulare acido lattico nei muscoli, anche se svolge un lavoro molto intenso. Si chiama il “paradosso del lattato”. Approfondire la sua conoscenza può riservarci qualche sorpresa o indicarci nuovi mezzi di allenamento. Dice un detto zen che quando il maestro indica la luna con un dito, c’è sempre qualcuno che si interessa del dito dimenticandosi di guardare la luna. Qualche tempo fa, discutendo con Pietro Trabucchi di allenamenti per la corsa in montagna, capitò di parlare del cosiddetto “paradosso del lattato”. Non conoscendo a fondo il problema, mi misi ad analizzare di cosa si trattasse. Scoprii così che con tale termine si intendeva il paradosso per il quale gli atleti che correvano in montagna, invece di accumulare grandi quantità di acido lattico (come ci si potrebbe aspettare), non riuscivano mai a superare una certa soglia. Cos’è che in quelle condizioni tiene basso il livello di lattato nel sangue? E’ forse possibile, risolvendo il paradosso, trovare una soluzione al problema (l’accumulo di acido lattico) che affligge qualunque atleta, dal quattrocentista all’ultramaratoneta? O si tratta solo dell’esame di un “dito” che ci impedisce di vedere la luna?
L’acido della fatica Il termine lattato indica lo ione dissociato dell’acido lattico, un acido organico familiare all’atleta perché rappresenta la sostanza di accumulo della “stanchezza”. Quando noi corriamo in modo sciolto e rilassato non accumuliamo lattato, in quanto bruciamo gli zuccheri per via aerobica, ovvero avendo a disposizione dell’ossigeno. In presenza di ossigeno la produzione di energia segue infatti la via (molto produttiva) del ciclo biochimico aerobico cosiddetto “di Krebs”, che all’interno degli organuli cellulari chiamati mitocondri, produce, per ogni molecola di glucosio “bruciata”, la bellezza di 38 molecole di ATP (adenosintrifosfato: la “benzina” dei nostri muscoli). In carenza di ossigeno invece (quando lo sforzo si fa intenso), l’organismo deve “aiutarsi” con la strada (anaerobica) della produzione di lattato, che però ha due inconvenienti: lascia come residuo, appunto, il lattato, e produce la “miseria” di 2 soli ATP per molecola di glucosio. Una “miseria” molto ricercata, comunque, se il corpo – in condizioni di debito di ossigeno e di fatica crescente – comincia a farne uso in modo massivo. Un accumulo pericoloso L’accumulo di lattato all’interno dei muscoli ne acidifica in modo crescente le fibre, rendendo sempre più faticoso il movimento, fino a bloccarlo del tutto. L’allenamento di ogni specialità, dunque, prevede sedute specifiche volte a potenziare le capacità dell’organismo di rimuovere con efficienza questi accumuli (nello specifico, per i maratoneti, i lavori alternati come i fartlek, i 400 o i 1000 con il recupero a ritmo gara, oppure le salite). Tutte le volte, quindi, in cui si verificano condizioni di forte affaticamento (ritmo troppo sostenuto) o di ipossia (corsa in altura o debito di ossigeno), la conseguenza è un accumulo di lattato tanto più elevato quanto più lo sforzo sia intenso e prolungato. Giunge quindi piuttosto stupefacente il fatto che uno skyrunner o un professionista di corsa in montagna, non riescano ad accumulare lattato durante gare in altura, quando tutte le condizioni farebbero pensare il contrario. In che cosa consiste il mistero?
Un’ipotesi di lavoro La mia breve ricerca aveva mostrato una mole cospicua di lavori scientifici sull’argomento. Il centro di ricerca in altura posto sull’Everest aveva anche rilevato una serie di dati riguardanti atleti tibetani, constatando come per loro il paradosso del lattato esistesse in misura ridotta. Alcuni articoli citavano il paradosso come se fosse un dato di fatto indiscutibile e apparentemente inspiegabile. Magia, insomma. Ma la magia non c’entra per nulla: il fenomeno sembra spiegabile alla luce delle conoscenze di cui disponiamo. La mia “miniera” di informazioni fu come al solito il vecchio “Lehninger”, il testo universitario di biochimica, che mille volte mi ha chiarito il funzionamento della macchina-uomo nella corsa. Rivedendo un passo dopo l’altro, ed enzima dopo enzima, tutta la catena della glicolisi, mi è venuto immediatamente chiaro il fatto che la “stanchezza” muscolare non poteva avere come unico effettore l’accumulo di acido lattico, ma che esistevano altri fattori altrettanto importanti in grado di ridurre o bloccare la funzionalità del muscolo, in condizioni di grande stanchezza. Uno tra tutti, ad esempio, l’accumulo di fosfato inorganico derivante dalla grande quantità di ATP che – con la fatica – si trasforma in ADP (adenosindifosfato). L’acidità prodotta dalla grande quantità di fosfato inorganico può certamente disturbare l’azione degli enzimi della fase finale della glicolisi, inibendo l’accumulo di lattato e creando così il paradosso.
Dal laboratorio al campo Altri forse approfondiranno meglio questa ipotesi, cercando di capire in che modo l’ipossia dell’altura favorisca questa inibizione più di quanto non avvenga in pianura (dove invece il lattato cresce velocemente). Ancora più interessante può essere trovare una chiave di comprensione del fenomeno che ci consenta di trasformare questa conoscenza in allenamenti pratici. E’ chiarissimo il fatto che la fatica fisica sia legata a numerosi fattori correlati e non sicuramente al solo accumulo di acido lattico nei muscoli. Alla fatica fisica va poi aggiunta la percezione psicologica della fatica, da noi già discussa su questa rubrica nel Novembre 2004 (“Il dolore? Solo una percezione”), ma questo amplierebbe di molto il discorso. Ci basti comprendere, ai fini di ciò che stiamo discutendo, che il lattato a cui di solito facciamo riferimento (“Ho le gambe gonfie di acido lattico!”) è solo un indice di fatica fisica, e non LA fatica fisica. E’ un dito, e non la luna. Se i tibetani nati in altura riescono a produrre lattato come noi in pianura, vuol dire che hanno sviluppato adattamenti che consentono loro di fare fronte in modo efficiente agli altri indici di affaticamento diversi dal lattato. Cosa che i nostri organismi non abituati all’ipossia non sono in grado di fare. L’atleta dovrà dunque simulare il più possibile la corsa in altura, così da sviluppare nel tempo gli adattamenti adeguati alla prova in altura che intende sostenere, lavorando invece – quando costretto a stare al livello del mare – simulando situazioni di ipossia con lavori adeguati. Lune e dita L’indice al posto della luna, però, lo vediamo anche in tanti altri casi, e spesso senza accorgercene. Per esempio quando assumiamo un antinfiammatorio per correre una gara, senza pensare che così facendo forziamo muscoli o articolazioni che ci stanno implorando un po’ di riposo. O ancora quando abbassiamo la febbre con un antipiretico, ignorando il fatto che il rialzo di temperatura serviva al nostro corpo a difendersi meglio da virus e batteri. O infine facendo uso di statine “contro” il colesterolo (che bloccano l’azione di un enzima necessario alla sua produzione), di antistaminici “contro” il raffreddore allergico, di tranquillanti “contro” l’insonnia o di tutti quei prodotti che in un modo o nell’altro lavorano “contro” il nostro organismo. La febbre, gli starnuti, il colesterolo alto, un dolore articolare, sono segnali, non malattie. Eliminare il segnale non vuol dire avere risolto il problema, così come il non-accumulo di lattato in altura non significa che l’atleta non stia facendo fatica. Al contrario ne fa tantissima, ma utilizzando un segnale diverso da quello consueto. Imparare a distinguere i segnali dalle malattie, e le dita che indicano la luna dalla luna stessa, sarà un passo importante se vorremo capire meglio le dinamiche che governano quella stupenda e complicata macchina che ciascuno di noi rappresenta ogni volta che corre. Luca Speciani |