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Pubblicato su "CORRERE", Settembre 2006
“Caro dottore, l’obesità infantile è in continua crescita, ma i nostri ragazzi non ne vogliono sapere di correre. C’è una soluzione?” Disastro annunciato Il bollettino è di quelli “di guerra”. Un rapporto del Ministero della Salute del 2000 segnala che è sovrappeso il 34% dei bambini tra i 6 e i 9 anni (9% circa di obesità). Tra i 10 e i 17 anni il valore scende leggermente grazie all’impennata ormonale della pubertà. Ma la popolazione adulta torna ben presto ai valori dei bimbi, con il 35% di sovrappeso e il 10% di obesità. E’ chiaro da questi numeri come il bambino obeso si trasformi poi in un adulto obeso. Sono valori impressionanti, sui quali giova riflettere. Chi, come me, supera i 40 anni si ricorderà di un’infanzia fatta di corse nei prati (o ai giardinetti di città), di ginocchia sbucciate, di sfide in spiaggia, di tornei di calcio in cortile. E di bimbi obesi ce n’erano pochi, inevitabilmente dileggiati come “ciccioni” con la crudeltà tipica dell’età. Oggi abbiamo tutte le comodità, e i nostri figli passano le giornate tra videogiochi, sms, TV al plasma, mp3, motorini, scale mobili, ascensori, saracinesche automatiche e rubinetti a raggi infrarossi. Col risultato disastroso di aver perso le capacità di coordinamento neuromuscolare e la voglia di muoversi. Se poi consideriamo quanto siano degenerate da allora le abitudini alimentari dei nostri figli (con diete ad altissima percentuale di zuccheri “vuoti”, ovvero di cibi “spazzatura” che non apportano alcuna vitamina o minerale utile), capiamo perché il disastro sia completo. Che fare? Posto dunque che un ritorno alle origini è impercorribile, occorre scegliere vie alternative, se non vogliamo tutti trasformarci, a trent’anni o giù di lì, in indolenti sedentari con pancetta, vene varicose e digestione difficile. Aiutare degli adolescenti a scegliere di muoversi è impresa titanica. Ogni scusa è buona. Tuttavia a noi dev’essere chiaro che il ragazzo apprezzerà il movimento solo alle seguenti condizioni: 1) Comprenderne il valore preventivo e curativo sul suo sviluppo fisico 2) Interpretarlo come gioco e mai come “obbligo” o forzatura 3) Avere esempi di persone vicine che amano e apprezzano fare sport Fare cultura è la base perché i nostri ragazzi capiscano il valore del movimento. Non occorre essere medici. Serve però documentarsi, leggere insieme, spiegare. Fare capire cosa significhi invecchiamento cellulare, pressione alta, rallentamento delle capacità respiratorie, insufficienza circolatoria e venosa, cattiva qualità del sonno, depressione, diabete e tutte quelle patologie strettamente correlate con la sedentarietà. Solo chi sa agisce. E nostro compito è quello di informare e coinvolgere. Il movimento, poi, deve essere trasformato il più possibile in gioco: con staffette, camminate panoramiche, trifitness (bici, nuoto e corsa alternati), sfide divertenti, corsa zen, inseguimenti, uso del pallone, e chi più ne ha più ne metta. Ma ciò che è più importante, come in ogni attività, è l’esempio. Le statistiche ci dicono che i figli di fumatori hanno probabilità dieci volte maggiori della media di iniziare a fumare. Altrettanto è per il movimento: nessun figlio che veda il padre andare a comprare il pane all’angolo in automobile o prendere sistematicamente l’ascensore, sentirà mai il bisogno di respirare aria pura con la corsa. E’ invece nostro compito trasmettere continuamente messaggi positivi. Solo riuscendo ad abituare i ragazzi alla “normalità” del movimento, avremo qualche speranza di ridurre l’incidenza terribile dell’obesità infantile. Noi che corriamo, forse, l’abbiamo capito da un pezzo. Riusciremo a trasmetterlo ad altri col sorriso? Le parole non servono più: su le scarpe, e via a correre in questa bella giornata di fine estate. Luca Speciani
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