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pubblicato sul numero di Novembre 2004 della rivista "Correre"
Quando si corre con un obiettivo agonistico, la sopportazione del dolore fisico e delle crisi metaboliche diventa il pane quotidiano dell’atleta. Vi sono individui che lo sopportano agevolmente, altri che impazziscono al solo pensiero. Che cosa li distingue? Che tecniche differenti di corsa o di allenamento dovranno predisporre? Carboni ardenti Se si pensa ai fachiri indiani su letti di chiodi, o più semplicemente alle migliaia di persone normali, capaci di camminare sui carboni ardenti, risulta intuitivo come il dolore sia una sensazione del tutto soggettiva. Qualcuno è andato anche più in là, affermando che il dolore altro non sia che una semplice percezione. Concetto difficile da digerire per noi tutti, che ben sappiamo quanto ci faccia male un dito colpito dal martello. Eppure l’idea contiene un fondo di verità che ha trovato recentemente conferma scientifica, e sulle cui conseguenze è opportuna un’attenta riflessione, per le dirette conseguenze che può avere sulla nostra pratica sportiva. Scottanti verità Un recente lavoro sperimentale, condotto da Bob Coghill dell’Università del North Carolina, ha messo a confronto le reazioni di dolore provate da volontari al contatto su una gamba di una barra riscaldata a 49° centigradi (il cui valore “scottante” era dunque oggettivamente fissato). Ogni individuo doveva poi quantificare la propria reazione, indicando un valore che andava da 0 a 10 (da “nessun dolore” a “dolore insopportabile”). Come previsto, i valori indicati sono stati molto diversi, da 1 a 9, a dimostrazione del fatto che la percezione di ciascuno sia molto diversa. Ma quello che ha stupito è stato il constatare che le aree cerebrali del dolore attivate dall’esperimento (controllate a mezzo di fMRI: risonanza magnetica funzionale), erano vastissime per gli individui che avevano segnalato una dolorabilità più alta, e più basse o addirittura inesistenti per quelli che avevano affermato di non provare dolore. Ciò significa, in soldoni, che se è vero che la nostra ingigantita percezione del dolore ci rende più difficile sopportare una “scottatura” di 49°, è anche vero che il fenomeno non è “solo” mentale, ma anche e soprattutto fisico! Cioè la nostra corteccia cerebrale, responsabile della percezione cosciente della sofferenza, accende effettivamente le “lampadine” del dolore, nel momento in cui la nostra mente teme il dolore stesso. Il corpo, insomma, riflette il nostro stato mentale! Mosaici di ricordi Come avviene a livello cerebrale che alcuni abbiano questa reazione ingigantita, e altri no? Il percorso del segnale del dolore è chiarito proprio dalla risonanza magnetica, che evidenzia le aree toccate dal messaggio. Appena la gamba viene toccata dalla barra a 49°, un segnale giunge alle aree somatosensoriali del cervello corrispondenti alla gamba stessa. Il talamo invia comunicazione della potenziale “scottatura” alla corteccia prefontale, che è un’area del cervello deputata all’elaborazione cosciente degli stimoli, dopo confronto con altre aree deputate al ricordo e alla memorizzazione di eventi. Qui scatta la differenza. Se il confronto con i ricordi fissati nella memoria (anche inconscia, grazie all’azione dell’amigdala e dell’ippocampo) riporta alla corteccia un forte allarme o una grande paura vissuta in passato, la segnalazione del dolore sarà fortissima. Se invece le aree del ricordo sono serene, o indifferenti, il riscontro doloroso sarà molto più sopportabile. Questo significa che la nostra percezione del dolore è strettamente legata a come le nostre emozioni hanno plasmato il nostro cervello. Non è affermazione da poco, ma se prima era solo un’interpretazione fideistica, adesso è scienza. Culture del dolore Come si fa a rendere accettabile il dolore a persone che ne sono terrorizzate? Il condizionamento delle risposte al dolore e alla fatica inizia presto. Ci sono bimbi che rotolano tranquilli giù dalle scale quando stanno imparando a coordinare i loro gesti a uno-due anni, e non dicono una parola. Altri che invece appena cadono seduti sul pannolino, hanno intorno un genitore apprensivo che – sul punto di piangere – lo abbraccia disperato! Facile intuire quale dei due avrà più vita facile in futuro. In effetti vi sono intere popolazioni che hanno una cultura del dolore molto diversa dalla nostra. Abbiamo parlato spesso degli altipiani del Kenya, ma anche in Italia abbiamo gente di montagna con una capacità di sopportazione molto più alta della media. Come Bruno Brunod, grande campione valdostano di Skyrunning, che si ritiene fortunato perché lavora in cantiere fino alle 17 prima di salire sul Cervino ad allenarsi. “Così ho il vantaggio di allenarmi due volte, di fare doppia fatica!” dice lui. Mentre noi talvolta abbiamo bisogno dell’auto per andare in un negozio a due passi da casa. Scansafatiche o lavori duri? Ecco perché mi chiedo spesso, quando alleno alcuni dei miei atleti, se è proprio vero che le pulsazioni cardiache non riescono a salire per naturale bradicardia, o se è l’atleta che rallenta, non appena lo sforzo trasmette i suoi messaggi alla corteccia prefrontale. Il dubbio è lecito, quando anche su lavori (come le salite medie) in cui solitamente le pulsazioni tendono a schizzare in alto, si rilevano invece incrementi irrisori al cardiofrequenzimetro. In questo caso l’allenatore avveduto, che tiene conto nel suo operare della connessione mente-corpo, dovrà cercare di capire se la barriera della fatica, nell’atleta seguito, ha valori normali, oppure se la sofferenza dovuta al carico di allenamento viene ingigantita. In quest’ultimo caso l’allenatore dovrà fare leva su stimoli emotivi che “registrino” nei circuiti cerebrali dell’atleta una maggiore capacità di sopportazione del dolore atletico, per esempio con lavori che abituino l’organismo a considerare normali certi accumuli di lattato o certi sforzi in progressione di ritmo. Anche la semplice visione di altri atleti che sopportano col sorriso certi carichi, può aiutare il condizionamento. Al contrario, etichettare gli atleti più “forti” come superuomini lontani e inaccessibili, è da considerare negativo. E in maratona? Naturalmente l’attenta valutazione tecnica di questi parametri va accoppiata con l’attenzione a non forzare troppo il fisico di un atleta che invece – pur dotato di una buona resistenza mentale – abbia doti organiche più limitate, magari anche per motivi contingenti (maggior grasso corporeo, anni di inattività, fumo ecc.). In tal caso si dovrà dimensionare lo sforzo fisico richiesto ai reali valori individuali. Per fare un esempio limite, un ex infartuato dovrà incominciare la sua rieducazione solo camminando, per poi eventualmente inserire – molto gradualmente e sotto controllo medico – piccoli tratti di corsa. Chi deve correre una maratona dovrà poi conoscere con una certa affidabilità i propri valori pulsatori che gli consentano di attingere al consumo dei grassi. Se io corro la maratona in poco più di 2h30’, permettendomi le 160-165 pulsazioni/minuto, chi correrà la maratona in 5 ore non potrà resistere con quel genere di sforzo cardiaco per un tempo così lungo, e dovrà posizionarsi (fatte salve le variabilità individuali) intorno alle 150-155. Realtà e percezione Una diversa percezione della sofferenza può modificare completamente la resa fisica di due atleti simili. Nulla vieta, naturalmente, di correre istintivamente e in libertà senza alcun obiettivo agonistico. Ma se si desidera progredire tecnicamente, la strada dell’integrazione tra stimoli fisici e mentali diventa una via obbligata. Dice Charles Tart (nel suo vecchio ma ancora insuperato “Stati di coscienza”) che non è così automatico che la nostra realtà “consensuale” corrisponda del tutto alla nostra realtà “fisica”. Nel caso della percezione del dolore, non è mai stato così vero. Luca Speciani |