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Articolo apparso sul numero di Febbraio 2005 della rivista "Correre"
Riportare correttamente gli allenamenti sul proprio “diario” può diventare un prezioso strumento di dialogo psicologico con il proprio coach, per scoprire quanto la conoscenza di se stessi possa fornire stimoli mentali importanti, nell’ambito di un rapporto umano più autentico. Un diario accurato Un allenamento specifico non è costituito solo da distanze e ritmi, ma anche dalla sua collocazione all’interno, ad esempio, di una programmazione settimanale, mensile o annuale. Può inoltre diversificarsi in funzione di variabili impreviste dell’ultimo momento (stanchezza, insonnia notturna, impegno di lavoro protratto, cattiva digestione, insufficiente recupero dal lavoro precedente, cattivo tempo, malumore ecc.). Nello sviluppare un resoconto scritto del lavoro svolto (sia che lo si faccia per se stessi, che per rapportarsi ad un allenatore) è importante che le note di contorno siano ben descritte, al fine di avere un utile richiamo al momento del riesame successivo dei lavori stessi, quando si tratterà di decidere se fare o meno una certa gara o programmare una certa scadenza.
Avendo praticato sport per tutta la vita, ho preso via via la consuetudine di segnare in piccole agendine annuali, fin dalla fine degli anni ’70, le note più interessanti. Oltre ai lavori svolti (tipologia, ritmo, numero di ripetute, ecc.) ho sempre trovato importantissimo registrare i dati di contorno per valutare, ad esempio, lo stato di forma generale. Cambia molto, infatti, se si hanno dolori e affaticamenti o, al contrario, se ci si sente pieni di energia. Di primario interesse sono le sensazioni riportate durante lo svolgimento del lavoro, e subito dopo. Ad esempio è fondamentale ricordare se ci si è sentiti svuotati o se “ce n’era ancora”. Anche le condizioni meteo sono degne di nota, in quanto spesso influenzano in maniera determinante la riuscita del lavoro. Di solito non tralascio anche i dati del peso, le pulsazioni cardiache e, se lo ritengo utile, anche informazioni come le scarpe utilizzate, se ho avuto compagni di fatica o altro. Insomma riporto quello che ritengo utile per inquadrare, in una rilettura successiva a distanza di tempo, quel particolare momento e stato psicofisico. Nell’agendina possiamo riportare anche altri eventi significativi, come un’influenza che ci ha messo a letto per due giorni, un’uscita in mountain-bike o in palestra, o una dieta di forte impatto che abbiamo intrapreso. Ci troviamo così ad aver delineato un quadro particolareggiato che rappresenta un’affidabile fotografia del momento atletico fisico e psichico che stiamo vivendo. Un utile rewind In questa attività di cronaca vedo almeno due elementi utilissimi. Il primo è che, come mi è capitato molte volte, a distanza di tempo la rilettura svela le premesse di un successo raccolto, o al contrario, purtroppo, le avvisaglie di nuvole negative che si stavano addensando. Se ad esempio ripercorro il momento in cui ho raggiunto i migliori risultati, con ogni probabilità nel periodo precedente vedrò sì annoverati buoni allenamenti, ma vedrò anche riportate sensazioni mentali di pienezza ed energia, e magari un lungo periodo senza malesseri fisici o psicologici. Al contrario, nella malaugurata evenienza di un disturbo o di un trauma, possiamo ricercarne le tracce in periodi di eccessivo sforzo con recuperi insufficienti o piccoli sintomi trascurati. Possiamo avere insomma qualche valido spunto di riflessione sul lungo periodo, anche relativo ad impressioni e sensazioni che inconsciamente tendiamo a rimuovere. Possono evidenziarsi oscillazioni di peso, malesseri ricorrenti, abitudini sbagliate, che aggiungono consapevolezza agli avvenimenti, rendendoci più saggi ed attenti con noi stessi.
Chi, quando, cosa, come Secondo punto di forza degli appunti sportivi: nel caso in cui ci si affidi ai consigli di un coach, i dati che inseriamo sono basilari per permettergli di sviluppare le strategie future, consigliare o meno la scelta di certi obiettivi, definire i nuovi ritmi. Verranno introdotti incrementi o, al limite, riadattamenti di distanze e tempi in base alle sensazioni realmente sperimentate e non solo basati sugli esiti cronometrici. Tra gli atleti che seguo direttamente la casistica è molto varia: si parte da chi mi manda un laconico “ok, fatto”, spaziando fino a chi mi riporta ora di inizio del lavoro, indumenti indossati, stati d’animo, pensieri personali in corsa e così via. Personalmente ritengo che un resoconto ricco e significativo sia di grande utilità: è una maniera per realizzare un confronto comunque autentico, soprattutto quando le possibilità di vedersi direttamente siano rare. E permette di interagire anche a livello mentale con le risposte agli stimoli che gli allenamenti mente-corpo cercano di indurre.
Guru o coach? In un rapporto di fiducia reciproca ed impegno sul campo come quello che si instaura tra uno sportivo ed il suo allenatore la comprensione vicendevole rappresenta un elemento collante di notevole spessore. Se il rapporto umano è carente, il coach si limiterà a sfornare tabelle, magari coerenti e valide in senso astratto, ma non aderenti a quel preciso atleta e nel suo specifico contesto. L’atleta dal canto suo sarà meno motivato nell’esecuzione dei lavori: l’impegno sarà altalenante, o magari, come mi è capitato di vedere, ci sarà la tentazione di non eseguire i lavori prestabiliti e magari sostituirli sistematicamente con quelli consigliati dall’amico incontrato al campo. Se poco si investe in un rapporto, minori saranno le aspettative di raggiungere gli obiettivi posti. All’altro estremo c’è invece la tendenza di alcuni di mettere nelle mani del proprio allenatore quasi completamente la propria realizzazione umana e sportiva. In un caso mi è addirittura capitato che un mio atleta di recente acquisizione, decidesse di non farsi vivo per qualche tempo per verificare se sentissi il dovere di sollecitarlo (cosa che non faccio mai, proprio per rispettare la necessità di “silenzio” di ciascuno). Forse, dietro a questo desiderio di essere rincorso, si nascondeva il bisogno di affidarsi ad una figura guida, demandando ad un maestro vecchio stampo il compito di controllore del suo percorso sportivo.
Progressi fisici e psichici vanno a braccetto Tra due persone che assumono il ruolo reciproco di coach ed allievo, deve potersi instaurare un rapporto di apertura, collaborazione reciproca e fiducia. Si richiede all’allenatore evoluto di porsi prima di tutto in ascolto, di dare indicazioni tecniche specifiche, ma interagenti con l’evoluzione psicofisica dell’atleta. Quest’ultimo dovrà investire nel lavoro impegno sportivo, ma essere anche fattivo protagonista del percorso fisico e psicologico richiesto. Non c’è infatti progresso fisico consistente che non sia contemporaneamente accompagnato da una crescita mentale (di motivazione, di determinazione, di sicurezza). Chi cerca forti figure di riferimento a cui assoggettarsi con passività o da investire di poteri illimitati, rischia di trovarsi tra le mani un pugno di mosche quando gli “strabilianti risultati” non arrivano. E a quel punto non importa se è stato l’atleta a rivestire di onnipotenza la figura del trainer o se, al contrario, questi abbia millantato segreti di sicure vittorie. Fatto sta che le aspettative su cui si è così strenuamente ed ossessivamente investito non si realizzano: il passaggio successivo vede le due figure impegnate a colpevolizzarsi l’un l’altra o a rimpallarsi una reciproca sensazione di delusione. In un rapporto fondato su basi sane l’eventuale insuccesso in una prova importante non deve spaventarci, ma può essere rielaborato con profitto, fornendoci materiale per riesami ed aggiustamenti. Gli allenamenti e gli obiettivi andranno ritarati sul nostro stato di forma “reale” e questa è l’unica maniera per imparare ogni giorno un po’. In fondo abbiamo a che fare con un materiale vivo, non con un’immagine cristallizzata. Accettiamoci un po’ di più dunque, dato che condividiamo tutti una passione comune: lungo il viaggio, anzi dal viaggio stesso, riceviamo già ricchezza a piene mani. |