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Ed. Tecniche Nuove (febbraio 2008), € 19,90
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Grassi allegri o tristi in forma? |
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Luca Speciani
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Articolo pubblicato sulla rivista "Correre", Luglio-Agosto 2005
L'immagine di chi è in sovrappeso è spesso associata a simpatia, gioia e voglia di vivere, mentre chi ha un fisico atletico spesso appare sacrificato. Ma è proprio così per tutti? Scelte corrette di tipo sportivo e alimentare sono in grado di renderci consapevoli del fatto che si può stare bene solo se si è padroni di se stessi e delle proprie scelte.
L'obesità è ormai riconosciuta in campo medico come una patologia. L’incidenza delle obesità secondarie, da ipotiroidismo o ipercorticosurrenalismo, è relativamente bassa: il più delle volte la causa è ambientale e sociale. Alle “patologie del benessere” si imputa ormai un numero di decessi maggiore rispetto a quelli causati dalla sottonutrizione. Ma anche il sovrappeso non scherza. Le definizioni che si basano sul “sovrappeso rispetto al peso ideale” dovrebbero prima spiegarci quale esso sia, visto che ogni nutrizionista interpreta il dato a modo suo. Più precise sono invece le definizioni rispetto alla massa grassa. Obesità lieve se supera il 30%, grave se maggiore del 40%. Però le differenze individuali possono poi essere cospicue tra uomini e donne, o tra brachitipi e longitipi. E la questione è spesso complicata dalla ingenua convinzione di molti che in fondo il peso che hanno è “più o meno” quello giusto. Preso atto dell’esistenza del problema, inizia la dieta, che deve essere rigida, altrimenti (questo il credere comune) non serve. Ma se il sovrappeso è (come vorrebbero farci credere) una disparità tra calorie ingerite e consumate, cosa ci impedisce di sistemare i conti semplicemente regolando entrate e uscite? Perchè non dimagriamo tutti e subito?
Le calorie non contano Un principio dietologico innovativo, in controtendenza con le logiche correnti, è che per perdere peso non siano così importanti le calorie, quanto piuttosto le dinamiche metaboliche. Molti gli autori che – fin dagli anni ‘60 – hanno scelto quella strada, a partire da Bennet e Gurin, e da Herman Taller. Il concetto di fondo è che la quantità di cibo che assumiamo non lascia indifferente il nostro metabolismo. Se mangiamo tanto (soprattutto al mattino), tenderemo ad avere alti consumi. Se mangiamo poco (e di più la sera, quando i quadri ormonali sono sfavorevoli), tenderemo a mettere su peso. Ecco spiegato, in poche parole, uno dei motivi per cui molte persone obese mangino veramente poco, senza perdere un grammo, ed altri, dotati di buon appetito (ma anche di un metabolismo alto), restino senza fatica magri e snelli. Chi si basa solo sul calcolo rigoroso delle calorie, è destinato all’insuccesso, perchè i chili persi, non appena allentato il “giogo”, ritorneranno tutti con gli interessi.
L’ingrassamento è tuttavia spesso condizionato anche da fattori mentali o culturali, che talvolta riescono ad essere più “forti” delle nostre tendenze metaboliche.
Chi mal comincia... Il rapporto cibo-mente ha origini lontane. Le preoccupazioni materne fanno temere sottonutrizioni e debolezza nel bambino, retaggio di anni in cui mangiare era un lusso. Il bambino sano è quello tutto pieghe e fossette. Ho osservato una volta un bambinotto paffuto rimpinzato per ore sotto l’ombrellone da una micidiale coppia mamma-zia. Quel ricordo mi genera ancora oggi un senso di fastidio e di impotenza. Perchè il periodo dello sviluppo è cruciale per determinare la tendenza al sovrappeso. Con una nutrizione sballata il tessuto adiposo crescerà sia nel numero che nella dimensione delle cellule che lo compongono. Al termine della pubertà il ragazzo si troverà con un fardello di cellule grasse che si porterà dietro per tutta la vita. Dai 30 miliardi di adipociti del normopeso, si può arrivare a contarne tre volte tanti nell’obeso. Se a questo aggiungiamo la facilità d’ingrassamento legata ai continui sbalzi insulinici connessi con un’alimentazione ricca di zuccheri a rapida assimilazione e di farine bianche raffinate, cominciamo a capire perchè il problema stia diventando una vera piaga sociale, in connessione con la crescente sedentarietà della popolazione.
Grasso è bello? Ma perchè si continua a difendere il sovrappeso come latore di sorriso e buonumore? Non dimentichiamo che ci sono in gioco forti interessi economici: si fa leva sul gusto atavico dell’uomo per il dolce ed il grasso, che lo spingeva in epoche primitive a cercare ciò che era più “nutriente”. E si fa leva sull’effetto psicogeno dell’assorbimento di zuccheri e lipidi, che sono di volta in volta calmanti, euforizzanti, antidepressivi, grazie all’attivazione di neurotrasmettitori specifici. Queste caratteristiche sono oggi esaltate in molte preparazioni industriali, spesso attraenti ma del tutto artificiali, insaporite con additivi vari che falsificano il nostro gusto e il nostro istinto, e fortificano l’idea deleteria che una “bella mangiata” annaffiata di buon vino, sia il non plus ultra della felicità, quando invece stiamo parlando di semplici psicostimolanti. Grasso è davvero bello, allegro, spensierato? Sarebbe ora che questa immagine che ha procurato tanti danni venisse finalmente rimossa, al pari di quella che – qualche anno fa – ritraeva l’uomo vincente con la sua bella sigaretta in bocca.
La dieta è triste? Se chi fumava ha capito di dover smettere, chi è sovrappeso capisce oggi (speriamo) di dover dimagrire, per non perdere la salute. Ma mentre al primo è stato sufficiente eliminare il pacchetto, al secondo non basta ridurre le quantità di calorie. Deve invece attivare un processo di rieducazione alimentare e di riequilibrio psicofisico, che non è nè gratuito, nè immediato. L’immagine della dieta punitiva, va sostituita gradualmente con la consapevolezza che, nel rispetto dei gusti individuali, sia possibile un approccio amichevole e soddisfacente con il cibo. Sedersi a tavola con la libertà di poter scegliere tra una vasta gamma di cibi freschi e sani è il segno di una nuova coscienza alimentare. Guarda caso, la maggior parte dei cibi freschi, naturali e non elaborati, ha anche indice glicemico basso, alto indice di sazietà e minor potere ingrassante. E’ quindi possibile impostare un regime alimentare vario e creativo senza per questo trasformarsi in “carcerati” del pranzo. Al contrario, in regime di restrizione calorica, il corpo riduce le proprie masse muscolari, diventando sempre più atonico, con una magrezza “malata” che fa rimpiangere anche i tempi del “grasso ma simpatico”. Ciò che è stupefacente è accorgersi che invece – attraverso un lavoro di scelta della qualità dei cibi, e non della quantità - si dimagrisce mangiando normalmente, senza particolari restrizioni. Bacco e Igea, dei del piacere e della salute, possono finalmente fare la pace.
E la corsa? L’alimentazione, però, può non bastare. Se non attiviamo il metabolismo in modo efficiente, il grasso resta dov’è, a causa del suo importante significato fisiologico (nel paleolitico disporre di qualche scorta di grasso poteva fare la differenza tra vivere e morire). Noi che già pratichiamo uno sport, in questo siamo facilitati. Avere un obiettivo atletico, non importa di quale livello, costituisce un forte stimolo alla ricerca di un equilibrio psicofisico totale. Eppure talvolta ci accorgiamo che la visione del “magro-triste” viene applicata anche allo sport. Quante volte ci siamo sentiti chiedere con tono compassionevole, quale insano motivo ci spingesse a fare “tutti quei chilometri”? Lo sport viene talvolta spogliato del suo carattere giocoso da un condizionamento culturale che vede l’attività fisica come “perdita di tempo” improduttiva. Ma come nella dieta si può trovare gioia nel mangiare cibi sani, così nella corsa è possibile trovare stimoli e piaceri che ci facciano godere l’emozione del nostro corpo che si attiva. Trasformare questa intensa emozione in un piacere è un passo importante verso un cambio di paradigma culturale che – per chi non se ne fosse accorto – è già in atto da diversi lustri. Il nostro stare bene non è mai deciso dal fato. E’ una scelta. Per appropriarci di questa consapevolezza non sarà mai troppo tardi. Luca Speciani |
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