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Articolo pubblicato sulla rivista Correre, nel mese di Ottobre 2004
Il nostro corpo spinge la mente a determinati comportamenti alimentari in un modo che talvolta sfugge alla logica. Le ricerche compulsive o istintive di particolari alimenti vengono chiamate “cravings”, e possono aiutarci a capire come non ingrassare più. Istinto o ragione? Molte volte ho parlato di istintività nella scelta del cibo, parlando di alimentazione “zen”. Ma spesso le condizioni al contorno non sono “pulite”, e ci nutriamo spinti da motivazioni – consce ed inconsce – che nulla hanno a che vedere con le esigenze del nostro corpo. E’ giusto, quindi, fidarsi di ciò che il corpo ci suggerisce? Come sempre, la verità ha molte sfumature. Cerchiamo dunque di capire come la mente possa imbrogliarci senza che ce ne accorgiamo. Risposte evolutive La mente governa molti nostri comportamenti, e lo fa con fini lodevoli. I meccanismi inconsci legati alla ricerca del cibo si sono stratificati nel nostro cervello un milione e mezzo di anni fa, assecondando le esigenze alimentari di un essere umano che noi chiamiamo “primitivo”, ma che – dal punto di vista cerebrale – non ha nulla di diverso da un individuo nato oggi. Il nostro corpo e la nostra mente, evolutivamente parlando, sono gli stessi di quell’uomo che camminava tra foreste e savane in cerca di cibo. Le sue risposte biochimiche ci hanno salvato la vita in quelle lande ostili già una volta, ed oggi sono indelebilmente fissate nel nostro cervello. Come direbbe Darwin, gli altri (quelli che non disponevano di queste risposte inconsce) non sono arrivati fino a noi per raccontarcelo. Trappole mentali 1: la diga In quale modo il nostro corpo regola la velocità delle nostre reazioni metaboliche? L’uomo primitivo rischiava ogni giorno di restare senza cibo, e ha quindi sviluppato potenti sistemi difensivi, il primo dei quali è la regolazione del consumo energetico. Non appena il cibo in entrata diminuisce, il corpo rallenta i consumi. Per farlo deve anche rallentare (per esempio) la sua velocità di risposta alle malattie, la sua velocità di eliminazione delle tossine, la sua forza fisica, la sua lucidità mentale. E’ un vivere a “mezzo servizio”. Un po’ come se il nostro organismo fosse una diga. Pensiamo al cibo in entrata come al flusso in ingresso, e al metabolismo come alla saracinesca di scarico: diminuendo la portata d’acqua in entrata il livello rimane costante perché si chiude anche, automaticamente, l’uscita. E poiché i nostri antenati della Rift Valley avevano paura della fame, una volta chiuso o ridotto lo scarico, la riapertura (lenta e graduale) richiede diversi giorni, nei quali il grasso si accumulerà, indipendentemente dalla nostra volontà cosciente di dimagrire. Una dieta di pura riduzione calorica non ci farà quindi dimagrire. Perderemo qualche kg, che recupereremo con gli interessi non appena l’apporto calorico aumenterà di nuovo. Trappole mentali 2: lo spazzino Un altro meccanismo con cui il nostro cervello primitivo ci fa ricercare il cibo è quello legato all’insulina, l’ormone secreto dal pancreas che ha il compito di regolare la glicemia. E’ in pratica lo “spazzino” che deve eliminare l’eccesso di glucidi nel sangue provocato dall’assunzione di zucchero, marmellata, pane e pasta bianchi, dolci di ogni tipo, patate, bibite gassate, ecc. A noi uomini del ventunesimo secolo sembrano cibi normali. Al nostro corpo primitivo, no. Nella Rift Valley pleistocenica i soli zuccheri ed amidi disponibili erano pochi chicchi di grano integrale, qualche frutto selvatico, qualche radice dolce tipo patata e carota, ricca di fibra vegetale. Un piatto di pasta bianca rappresenta per quell’organismo (che è anche il nostro di oggi) un inaccettabile insulto, a cui è necessario rispondere immediatamente con l’attivazione dello “spazzino”. L’insulina, però, essendo un rimedio “di emergenza” e non ordinario, non va tanto per il sottile: nel rendere inoffensivi gli zuccheri in eccesso va sempre un po’ oltre, e ne porta il livello più in basso del dovuto (ipoglicemia reattiva), per maggiore sicurezza. E’ a quel punto che i sensori ematici mandano al cervello (all’ipotalamo) un segnale immediato di fame, che la nostra mente elabora immediatamente come stimolo alla ricerca di nuovo cibo. Un milione e mezzo di anni fa occorrevano due giorni di caccia: oggi basta aprire il frigo. Se abbiamo la fortuna di trovarvi un uovo, o una fetta di prosciutto (insomma, un cibo proteico), il ciclo finirà lì, con la secrezione di glucagone (antagonista dell’insulina). Ma se in frigo troveremo l’avanzo di torta di ieri, o un bel pezzo di cioccolato, il ciclo zuccheri/insulina/ipoglicemia/fame ripartirà di nuovo, senza alcun reale collegamento con i bisogni calorici effettivi del nostro organismo. Quel che è peggio, l’insulina (per non buttare via nulla, come faceva l’accorto uomo primitivo), ricicla gli zuccheri tolti dal sangue, trasformandoli in riserve di grasso negli adipociti. Si tratta di vere e proprie scorte per i momenti di carestia e quindi difficilmente smantellabili, perché, per dirla ancora una volta con Darwin, chi ha ceduto il proprio grasso troppo facilmente oggi non è qui a raccontarcelo. Trappole mentali 3: cacciatori di vitamine La nostra mente potente (se non condizionata) è anche capace di orientare le nostre scelte verso quei cibi di cui abbiamo effettivamente bisogno. Se siamo in carenza di una certa vitamina, cercheremo a livello inconscio dei cibi che la contengono. Se quindi la nostra nutrizione sarà basata su cibi cotti, impoveriti, raffinati, le calorie che ingeriremo saranno tante, ma le vitamine e i minerali ben pochi, così che il nostro istinto ci porterà a mangiare ancora per compensare la carenza. Il risultato sarà un’assunzione di calorie molto maggiore rispetto a quella che ci serve. La carrellata sugli imbrogli che la mente attua nei confronti della nostra fame, e nella falsificazione dei nostri istinti sarebbe ancora lunga, ma è impossibile sviscerare in queste poche righe un argomento tanto ricco. Basti pensare agli effetti sulla fame e sulla digestione che si hanno in presenza di istamina (il mediatore delle risposte allergiche), in presenza di catecolamine prodotte durante un intenso sforzo fisico, o ancora in presenza di ipocretina (l’ormone che stimola alla veglia forzata per la ricerca di cibo). E stanno crescendo a vista d’occhio studi scientifici che dimostrano come l’intolleranza ad un certo cibo ne sviluppi la ricerca compulsiva a livello cerebrale. Ma è poi esperienza diretta di ciascuno di noi che, se si è nervosi per una giornata difficile o siamo stati maltrattati dal “capo”, alla sera ci mangiamo su per consolarci. E vogliamo forse fare finta di credere che il positivo scompiglio ormonale che provoca la corsa in chi fino ad oggi è stato sedentario (attività antidepressiva, attivazione metabolica, gratificazione serotoninergica, analgesia endorfinica, ventilazione polmonare), possa non avere influenza su questo delicato equilibrio? Una via integrata La mente è quindi elemento chiave in questi processi, il cui risultato finale è l’ingrassamento, e l’allontanamento dallo stato di buona salute. Dunque il ripristino del benessere connesso ad un peso corretto, non può che passare attraverso un riequilibrio del nostro dialogo psicofisico interiore. Chi pensa di poter risolvere questo genere di problemi con il solo approccio nutrizionale o con il solo approccio psicologico, si preclude una via integrata “mind-body” che può invece portare ad un’azione di riequilibrio profonda e duratura. Ciascuno di noi, atleta o non atleta, farà bene prima o poi a prenderne atto. Luca Speciani |