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Estasi e maratona PDF Stampa E-mail
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Luca Speciani   
Articolo apparso sul numero di Novembre 2005 di "Correre" Istinto ed evoluzione vanno spesso a braccetto: ciò che ci piace, ciò che riteniamo istintivo, non è mai casuale, ma rappresenta parte di un processo evolutivo che ha origini lontane. La maratona rappresenta un ritorno a noi stessi attraverso il recupero del significato di quel gesto.

Momenti perfetti
Qualche tempo fa ho vissuto un’esperienza emotivamente molto profonda, in un momento appena successivo ad un rapporto intimo con la mia compagna (o era appena precedente? Ci sono davvero un inizio e una fine?). Piacevolmente vicini e rilassati, con i nostri corpi ancora in intimo contatto, ho sperimentato un istante di intenso trasporto interiore, di fusione tra corpo e anima, quando la mia signora ha iniziato ad accarezzarmi il petto con i capelli sciolti.

Gli psicologi dello sport lo avrebbero chiamato un momento di “flow”, i cristiani un’esperienza mistica, gli orientali un istante di illuminazione, qualcun altro il “momento perfetto”, ma al di là dei nomi assegnati dalle diverse culture (le cui definizioni sono sempre e comunque riduttive), si trattava certo di un momento magico in cui i normali confini tra coscienza e incoscienza scomparivano per lasciare spazio ad una intensa consapevolezza della propria unità con il resto dell’universo.

Ego e non-ego
La bellezza del momento vissuto mi ha spinto, successivamente, a riflettere su quali possano essere le “ricette” per sperimentare più spesso momenti di questo spessore, che danno significato a ciò che viviamo quotidianamente.

Il primo passo è stato quello di ricostruire altre situazioni, casuali o meno, in cui avevo vissuto situazioni altrettanto profonde. L’elenco non è stato facile: esperienze di forte realizzazione personale (il giorno della laurea, l’uscita del primo libro, un primato personale polverizzato) non erano di per sè in grado di regalarmi quella sensazione unitaria che avevo vissuto grazie ai capelli della mia donna. Probabilmente perchè tali esperienze, pur molto gratificanti, erano tuttavia intrise di ego, e ciò contribuiva a creare un distacco, più che un avvicinamento, al resto del mondo.

Molto più ricche invece le esperienze consentite da lauree, libri e capacità di correre, quando queste coinvolgevano la felicità o la gioia di terze persone. Il primo “paziente” risanato, la prima persona che mi faceva partecipe della sua gioia per avere cambiato stile di vita, o l’emozione di una corsa nei boschi con nuovi amici.

Che cosa potevano suggerirmi, dunque, queste considerazioni? Sicuramente che il momento “perfetto” non era legato a ingredienti precisi, quanto piuttosto al come questi momenti venivano vissuti da me o da altri coinvolti. Come dice Proust: “La bellezza del paesaggio non è nel paesaggio stesso, ma negli occhi di chi guarda”.? Ma, ancora di più, mi veniva chiaro il fatto che ciò che la nostra mente trova gratificante non è solo frutto di condizionamenti ambientali, ma anche e soprattutto di condizionamenti evolutivi (non necessariamente solo genetici), che ci rendono piacevole ciò che ha favorito la nostra sopravvivenza in epoche remote, e sgradevole o indifferente ciò che si è rivelato inutile per quello scopo.

Piaceri ancestrali
Ci piace correre, ci piace mangiare, ci piace riprodurci, ci piace stare al sole e all’aria aperta evidentemente perchè queste attività “di base” sono indispensabili alla nostra sopravvivenza. Ma ci piace anche stare in una sera d’estate ad ammirare le stelle, ci piace avere l’approvazione dei nostri amici e conoscenti, ci piace dipingere un’opera d’arte o cantare in coro, ci piace vedere i nostri figli che sorridono. E qui il rinforzo mentale che l’evoluzione ci ha dato diventa un pochino più sfumato da comprendere.

Stephen Jay Gould ritiene che fenomeni come l’arte o il canto siano solo orpelli, effetti collaterali di un cervello che era stato progettato per altro, e che casualmente “poteva” fare anche quello. Ma altri antropologi come Steven Pinker e Geoffrey Miller (ed io con loro) pensano invece che la ricerca di qualcosa di più sia parte integrante dell’evoluzione stessa, e abbia anzi contribuito a farci essere uomini tanto quanto lo sviluppo del linguaggio o la capacità di cacciare.

Emozioni antiche
Non siamo fatti, dunque, per “viver come bruti”. Ma evidentemente nemmeno soltanto per “seguir virtute e conoscenza” da sedentari, ad aspettare che il sovrappeso e le malattie prendano possesso del nostro organismo impigrito.? Stare fermi non ci piace, o se ci piace è per breve tempo. Ci piace invece la sfida. Non abbiamo incominciato a cacciare solo per bisogno (visto che a volte il dispendio calorico della caccia è spesso superiore all’utile energetico che ne deriva!), quanto piuttosto per esplorare nuove frontiere di gratificazione nel gioco di gruppo. Gioco nel quale potevamo esercitare la nostra abilità venatoria e mettere alla prova la nostra prontezza mentale, sotto gli occhi ammirati di tutti gli altri componenti della tribù, e con la più grande ricompensa possibile: l’accesso ai favori sessuali delle donne, concesse al miglior cacciatore in cambio della carne procurata.

Non è forse ciò che oggi accade – inteso come rito di gruppo – quando giochiamo una partita a calcio o corriamo in migliaia una maratona? Ben differente sarebbe correre da soli su un circuito sotto casa (anche se c’è chi lo fa..) o giocare in uno stadio vuoto senza alcun punteggio.

Maratona interiore
Le dinamiche mentali che andiamo a risvegliare sono esattamente le stesse a noi familiari nei due milioni di anni che ci hanno preceduto. L’emozione estatica che ci regala l’arrivo di una maratona importante, nella quale abbiamo profuso tutte le nostre energie, e tutta la nostra intelligenza nella preparazione e nella scelta dell’alimentazione più corretta, ricalca esattamente l’emozione primordiale ricercata dalla nostra mente in un mondo che oggi sembra non appartenerci più, ma che è invece profondamente inciso nella memoria evolutiva del nostro organismo.

Le lunghe ore passate fianco a fianco con migliaia di altri atleti come noi, fusi in un unico groviglio di emozioni, all’interno di un momento ipnotico legato alle risposte organiche della fatica fisica, (ciascuno con la propria storia, ma ciascuno nello stesso tempo connesso a tutti gli altri), consentono di vivere un’esperienza interiore di unità, che non si dimentica facilmente.

Chi è solo con se stesso, arrabbiato e teso per il tempo da raggiungere, non può percepire interamente questa emozione.

La maratona ci piace perchè stimola gli stessi “pulsanti” che ci hanno fatto vincere la lotta per la sopravvivenza. E ciò che ci piace ci dà emozioni vere. Quelle che nessun oggetto artificiale o costruito (come il rombo di un’automobile, lo schermo di un cinema o la tastiera di un computer) potranno mai darci in uguale misura. Se un bel film ci commuoverà, sarà solo perchè avrà toccato qualche leva interna che fa capo alle nostre dinamiche ancestrali.

Correre una maratona sarà per noi rivivere, nello stesso tempo, una battuta di caccia, un lungo trasferimento da una valle all’altra, una competizione tra giovani maschi per conquistare prestigio e status sociale.

Per qualche ora saremo, emotivamente parlando, rudi uomini del pleistocene. Ma soprattutto saremo, per una volta, noi stessi fino in fondo.
Luca Speciani
 
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