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Emozione e prestazione PDF Stampa E-mail
Luca Speciani   
La rivista "Correre" pubblica questo articolo nel Gennaio 2004 con il titolo "E chiamale, se vuoi... emozioni"

In che rapporto sono tra di loro emozione e prestazione sportiva? E’ giusto dire che un forte coinvolgimento emotivo possa alterare le nostre capacità prestative? C’è un modo per capire in quale direzione muoversi per correggersi, lavorando con corpo e mente?

Profili emotivi
Davide
è un amatore di 37 anni con quasi 20 anni di sport alle spalle. Ha corso una decina di maratone, numerose mezze, e forse un centinaio di altre gare. Si allena con grande determinazione, con carichi spesso impegnativi. Ma quando si trova sul più bello, il giorno della gara, la sua motivazione agonistica viene a cadere. Si sente le gambe di piombo, incapace di reagire a chi lo sorpassa. Non è ansia, e nemmeno paura. Ma è comunque un momento di rapporto distorto con la sua emotività, che può trasformare in negativo la prestazione, anche a fronte di una preparazione fisica eccellente.

Giuseppeha l’abitudine di partire sempre molto forte. Inevitabilmente, quando viene raggiunto da un avversario più debole, cede di schianto. Non perché, naturalmente, quello stia andando particolarmente forte, quanto piuttosto per un suo crollo emotivo istantaneo.

Danielaè una delle mie allieve più in gamba, che ha mostrato in un anno dei progressi incredibili. Quando deve svolgere un intenso lavoro in pista, rimane talmente coinvolta dall’impegno, che spesso deve sfogare emotivamente la carica interiore che si sente dentro.

E’ possibile pensare che proprio questa carica emotiva abbia contribuito ad accelerare i progressi di Daniela? Si può in qualche modo interagire in modo costruttivo con gli atteggiamenti mentali scorretti degli altri due atleti?

Mettiamoci comodi…

I pensieri sono azioni
La prima cosa che occorre comprendere è che ogni nostro pensiero, ogni nostro ricordo, non è un evento astratto ed incorporeo, ma – al contrario – muove specifici circuiti cerebrali, provocando l’emissione di pacchetti di piccole quantità di sostanze dette neurotrasmettitori, che possono avere una profonda azione fisica sull’organismo.

Per esempio la secrezione di piccolissime quantità di serotonina, legate a pensieri particolarmente rilassanti, possono dare tranquillità ad un individuo un po’ teso. E ridottissime quantità di adrenalina dovute ad uno spavento o ad una arrabbiatura, possono aumentare il nostro consumo di zuccheri (attenzione, maratoneti!), spostare la disponibilità di sangue verso i muscoli, o addirittura bloccare la nostra digestione.

Pensieri e azioni, pensieri e reazioni organiche, dunque, sono strettamente interdipendenti. Anzi, facce diverse della stessa cosa: l’unità mente-corpo di cui siamo indissolubilmente fatti. Siamo dunque destinati ad essere costantemente dominati – come automi privi di volontà – dalle nostre emozioni, o dai nostri pensieri inconsci? O c’è un sistema per orientare gli effetti organici della nostra emotività verso un indirizzo desiderato?
Incentivazione e disincentivazione

Il sistema c’è. Con un approccio psicofisico integrato è possibile infatti incrementare le proprie prestazioni, modificando atteggiamenti mentali dannosi. Come? Lavorando sul corpo per modificare a livello inconscio (e non solo con messaggi verbali coscienti) determinati comportamenti.

Alcuni allenamenti possono essere mirati a incentivare certe reazioni. Per esempio un lavoro svolto per indurre maggiore resistenza mentale alle crisi metaboliche, può essere costruito abbinando uno stimolo reattivo di accelerazione ad una situazione di stanchezza fisica (corrispondente organicamente ad un accumulo di lattati, ad un esaurimento di glicogeno nelle fibre ecc.). Numerosi riscontri pratici mi hanno convinto della validità del principio. Ma se invece di incentivare un comportamento condizionato, vogliamo disincentivare un comportamento ansioso o rinunciatario, come possiamo fare?

Uomini e topi
Un famoso esperimento di condizionamento condotto su topi ha dimostrato che il suono di un campanello abbinato ad una piccola scossa elettrica induceva, dopo poche settimane, una reazione di paura nelle cavie, anche se l’elettrificazione del pavimento della gabbia veniva sospesa. Il condizionamento acquisito (la reazione di paura al campanello che si manifestava con una serie di salti) non spariva più, anche se il pavimento non veniva più elettrificato per mesi. L’unico modo per fare sparire il condizionamento acquisito, era quello di legare il topo al pavimento, facendogli sentire il suono (senza scossa) per molte volte. Solo dopo parecchie settimane di “decondizionamento” il topo incominciava a non reagire più al suono. I suoi circuiti neurali, insomma, avevano “cancellato” l’abbinamento suono/scossa. Ma quanto tempo era occorso al topo per “disintossicarsi”! In una scala temporale umana quante sono quattro settimane di un topo? E come possiamo “legarci” al pavimento?

Mente e corpo al lavoro
Le nuove tecniche su cui stiamo lavorando suggeriscono una via abbastanza semplice per il decondizionamento: gareggiare spesso e volentieri fino a non sentire più la tensione emotiva della gara, partendo dal presupposto (quasi sempre corretto) che l’ansia sia un prodotto della rielaborazione corticale conscia, e non del fatto emotivo in sé.

Mentre la paura è infatti un’emozione intensa e incontrollabile, che attinge a parti antiche del nostro cervello, l’ansia rappresenta invece la proiezione cosciente di una paura.

Sull’atleta ansioso lavoreremo quindi inducendo un’assuefazione all’evento ansiogeno. Su chi esagera con il carico emotivo lavoreremo aiutando una riformulazione dell’interpretazione della gara o del problema (trasformando gli allenamenti in problemi inaspettati, risolvibili solo cambiando il proprio punto di vista). Su chi manca di determinazione agonistica lavoreremo invece inducendo stimoli inconsci allo scatto, alla volata, all’incremento di ritmo, alla reazione al sorpasso, in abbinamento con situazioni organiche (affaticamento, stanchezza) che si possono venire a creare in gara.

La domanda che sorge spontanea è allora la seguente: com’è che – fisicamente parlando -  il nostro organismo trasforma l’induzione di uno stato emotivo in un incremento di prestazione?

Dinamiche nuove
Gli stimoli inconsci vengono fissati a livello cerebrale secondo le dinamiche descritte da Hebb e da Ledoux, per le quali un insieme di percezioni tra loro anche molto diverse (ma contemporanee), si legano assieme grazie ad un imprinting emotivo che le fissa stabilmente nella nostra memoria. Una volta che il messaggio si è fissato (perché legato ad un’emozione), verrà fatto emergere tutte le volte che si ricreerà una situazione analoga in gara. Come un profumo di erbe aromatiche che improvvisamente vi fa tornare alla mente l’ultima volta in cui siete stati in vacanza insieme alla vostra fidanzata. Fidanzata e rosmarino non hanno nulla da spartire (se non la contemporaneità nella loro percezione), così come affaticamento muscolare e scatto bruciante in volata. Ma un intelligente lavoro di induzione può trasformare un’emozione in un incremento prestativo.

Se impareremo come far funzionare in modo ben oliato questa nuova bicicletta in tempi brevi, è possibile che presto si riesca tutti quanti a pedalare con successo. Abbiamo voglia di farlo? Atleti ansiosi, demotivati, poco reattivi, o privi di carica agonistica, sono certo che condivideranno con tutti noi la voglia di saperne di più.
Luca Speciani

 

 
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