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Articolo pubblicato nel numero di Febbraio della rivista "Correre"
E’ vero che gli atleti di oggi hanno poca voglia di soffrire? C’è chi dice che quella capacità è nel DNA di ciascuno: o ce l’hai o non ce l’hai. Si può invece coltivare ed allenare con risultati concreti. Ma serve un po’ di cuore.
Firenze e cultura Alla vigilia della Firenze Marathon 2003, si è tenuto al Palazzo dello Sport (sede dell’expo maratona) un interessante convegno sulla tecnica di corsa. Vi hanno partecipato importanti personalità medico-scientifiche (neurofisiologi come il Prof. Minciacchi, Enrico Arcelli, e altri) e alcuni dei più noti tecnici: Massini, Canova, Degortes, Gigliotti. Pietro Trabucchi ed io – che più tardi avremmo presentato con Marco Marchei il nostro nuovo lavoro editoriale – dovevamo parlare di “Mente e tecnica di corsa” e di “Neurobiologia della corsa” (Gli atti del convegno sono su questo sito). Argomenti che, essendo di forte attualità, e percepiti da molti come una delle possibili vie per aggiungere sale alle attuali metodologie di allenamento, non hanno mancato di suscitare curiosità e richieste di chiarimento. Un bel convegno, insomma, che ha qualificato degnamente la cornice culturale di eventi legati alla maratona di Firenze di quest’anno.
Un sasso nello stagno I due interventi sono stati accolti con attenzione. Rovesciavano infatti il concetto di fondo che vuole la mente gerarchicamente più in alto del corpo, per comandare. E indicavano come inutili (o poco efficaci) tutti quei metodi che si basano solo sull’applicazione di tecniche “a tavolino”, senza connessione con la corsa e senza alcun modello neurobiologico alle spalle. Pietro ed io abbiamo infatti identificato un modello operativo che consente di capire perché avvengano certi condizionamenti mentali, e che permette finalmente di interagire con gli atteggiamenti scorretti, per modificarli. L’abbiamo chiamato Mind Body Work (lavoro mente corpo) perché si basa sull’induzione di stimoli positivi, lavorando sul corpo proprio attraverso la corsa. Questi stimoli vanno a fissarsi in modo inconscio nel cervello dell’atleta che – in pura teoria – potrebbe anche non sapere quali atteggiamenti stia correggendo.
DNA e campioni Durante la conferenza Renato Canova, allenatore – tra gli altri – del campione del mondo dei 3000 siepi di Parigi, ha parlato della scarsa motivazione all’impegno che riscontra nei giovani top runner italiani. Tra gli episodi citati nella discussione con Gigliotti, si è parlato del fartlek, ricordando come campioni del calibro di Panetta, Ortis, Antibo e Cova, anche in allenamento facessero a gara a provocarsi prolungando il tratto veloce previsto (per esempio 2 minuti) fino anche a 5! E tutti tenevano il ritmo, rifiutandosi di cedere. Oggi sembra che se il tratto veloce si prolunga di soli 5 secondi, da dietro si incomincino a sentire grida di protesta! La prima considerazione (giustissima) che veniva fatta era che questi ragazzi non avevano più tanta voglia di soffrire ed impegnarsi come i loro colleghi degli anni ’80. La seconda considerazione era che un atleta, o aveva questa “disposizione all’impegno” innata nel suo DNA, oppure non c’era verso di indurla in altro modo. O si nasce campioni, insomma, o non c’è speranza?
Campioni si diventa La mia opinione – con tutto il rispetto per chi per anni ha lavorato nel settore - è invece che si possa lavorare sulla determinazione agonistica proprio con un intelligente lavoro mente-corpo. La capacità di reggere lo stress psichico legato al dovere spingere tre minuti in più, quando ci sembra di avere già speso tutto, è del tutto allenabile. Così, almeno, ho potuto constatare sui miei allievi-cavia. Se un atleta si trova a dover fronteggiare una coda inaspettata all’allenamento, o uno sforzo aggiuntivo che non si aspettava di dover svolgere, è costretto a “ristrutturare” la propria esperienza se vuole uscirne vincente. Se ciò che il suo atteggiamento mentale gli suggerirà di fare sarà solo di lamentarsi perché lo sforzo si prolunga, non farà nessun progresso. Anzi, l’azione dei suoi neurotrasmettitori, e dei suoi “freni” cerebrali, non farà altro che aumentare la sua percezione della sofferenza, con risultati scarsissimi. E un semplice esame fisiologico che in quel momento misurasse i suoi indici fisici di affaticamento, confermerebbe la piena trasposizione corporea di una crisi mentale.
Quali mezzi? Il lavoro mente-corpo prevede l’utilizzo di allenamenti specifici per la gestione dello stress da allenamento. Uno – utilissimo – può proprio essere quello citato da Canova: un prolungamento inaspettato del tratto veloce, quando l’atleta si aspetta di fermarsi. Se vuole continuare, l’atleta dovrà rivedere il suo concetto di fatica sotto una luce diversa (sfida, piacere, competizione) oppure crollerà distrutto. Allenamenti di questo tipo sono descritti nelle sezioni STR (stress competitivo) e RES (resistenza agli sforzi prolungati) del Mind Body Work, ma in alcuni casi anche i lavori COR (motivazione alla corsa) e MOT (determinazione agonistica) potranno essere utilmente inseriti.
Cemento emotivo Ma può bastare lo svolgimento di allenamenti mente-corpo mirati per modificare gli atteggiamenti mentali di un atleta top? La risposta è negativa. Infatti lo stimolo fornito non può fissarsi nei circuiti neurali dell’atleta finché non viene inserito in un contesto emotivamente pregnante. La presenza di un fatto emotivo, attraverso la stimolazione di alcune aree dell’amigdala (una componente degli strati profondi del cervello legata al sistema della paura), agevola in modo molto intenso la memorizzazione di particolari risposte fisiche o comportamentali, come quelle agonistiche che vogliamo coltivare. Il “fattaccio” avviene grazie ad un cospicuo rilascio del neurotrasmettitore chiamato acido glutammico, che abbassa in modo consistente il potenziale d’azione necessario ad attivare il circuito neurale corrispondente allo stimolo indotto (in questo caso la determinazione agonistica, o la risposta ad uno stressor). Una volta “sfondata la porta” la reazione indotta potrà essere richiamata con facilità, ed entrerà a fare parte del “corredo caratteriale” dell’atleta. Ma senza il cemento dell’emozione, il risultato può essere scarso.
Cuore e prestazione In quest’ottica può avere più senso parlare di doti innate. Lavorare sugli atteggiamenti mentali si può, e si può anche farlo a livello inconscio senza che l’atleta lo sappia. L’ingrediente chiave, però, è che vi sia coinvolgimento emotivo in ciò che l’atleta fa. Senza cuore ed emozione, insomma, nessuna crescita è possibile. Ma se la disponibilità a mettersi in gioco c’è, allora, correggendo ciò che limita la prestazione, si può giocare. E giocare bene. Patrizia , uno dei due allievi che ho portato a Firenze, non è una top runner. Ha 38 anni, e la sua vita si articola tra il suo lavoro (duro) e la sua bambina piccola, per la quale può contare su pochissimo aiuto. Non ha a sua disposizione massaggiatori, centri sportivi, ritiri federali, e può allenarsi solo tre-quattro volte alla settimana. Ma ha un cuore grande così. Abbiamo lavorato solo due mesi su alcuni problemi di atteggiamento con lavori in pista mirati, ed è arrivata ottava assoluta tra le italiane (Firenze era campionato italiano) con un tempo – tutto considerato - eccellente. Sentirete parlare di lei. La scienza ci aiuta a capire ogni giorno di più com’è fatto il nostro cervello e quali mezzi abbiamo per interagire con le sue enormi potenzialità. Però, scava scava, viene sempre fuori il cuore. Luca Speciani |