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articolo pubblicato dalla rivista "Correre" nel numero di Febbraio 2006 La percezione della distanza dall’arrivo in maratona è spesso falsata. I ritiri negli ultimi km non si contano. Un prezioso meccanismo evolutivo è alla base di questo fenomeno. Possiamo usarlo a nostro vantaggio?
Percezioni distorte Ricordo quando ero ragazzino di essere salito sulla Torre del Mangia, nella piazza del campo di Siena, e di avere visto dalla cima le persone che si muovevano nella piazza, come minuscoli omettini in miniatura. Se oggi guardo l’altezza effettiva della torre (di soli 102 m), capisco che c’è qualcosa di strano. Quando al campo sportivo vedo le persone in fondo al rettilineo d’arrivo, a circa 100 m da me, non vedo minuscoli lillipuziani. Perché? Forse che la torre del Mangia ha una posizione particolare? La torre non c’entra: se vado al quindicesimo piano di un palazzo, o nel punto più alto della pista dell’ottovolante, ottengo la stessa percezione: le distanze vengono apparentemente moltiplicate, e gli oggetti sembrano molto più lontani di quanto effettivamente siano. La differenza con il campo di atletica è semplice: la distanza in pista è orizzontale, mentre quella dalla torre, dal palazzo o dall’ottovolante è verticale. E allora? Occhio e cervello Il nostro occhio, come molti sapranno, è un pezzo del nostro cervello, proiettato all’esterno a fare da “telecamera” per noi. A differenza di una telecamera, però, le immagini che riceve non vengono trasmesse così come sono, ma vengono elaborate dal cervello nei modi più utili per la nostra sopravvivenza. Così siamo stati forgiati dalla nostra evoluzione. Dato che non ci serviva vedere i raggi infrarossi, ad esempio, l’occhio non li vede. E altrettanto avviene per gli ultravioletti. Mentre per la luce visibile, necessaria a distinguere i colori dei diversi cibi e ambienti, l’occhio ha necessità di una corretta visione. Tutto ciò che non serviva è stato messo da parte. L’occhio di un formichiere deve poter vedere piccoli insetti in movimento, una scimmia dovrà distinguere i colori dei frutti, e un’aquila un animaletto sul terreno a km di distanza. L’occhio, quindi, non si limita a “leggere”, ma interpreta attivamente la realtà che ci circonda, in tutti i modi che ci consentano di meglio interagire con il mondo esterno. La spiegazione è tutta dentro a questo fantastico meccanismo.
Dove fuggire? Il problema infatti è che l’occhio deve fornire al cervello dei dati già “elaborati” per aiutarlo nella scelta. Se immaginiamo un uomo primitivo in fuga da un predatore, dobbiamo pensare che questi utilizzi gli occhi per guardarsi attorno e decidere in pochi secondi se vi è un rifugio (per esempio un albero) verso il quale scappare. Ammettiamo che vi siano due alberi, ciascuno a 50 m di distanza. In teoria è indifferente scappare verso l’uno o verso l’altro. Ma se, per esempio, uno dei due alberi si trova in cima ad un’erta salita, l’alternativa non è identica. L’uomo che avesse scelto di fuggire in salita sarebbe stato divorato dal predatore. L’uomo che è sopravvissuto (di cui noi siamo i discendenti) aveva evidentemente un meccanismo di interpretazione dei dati che gli faceva vedere l’albero in salita più lontano dell’altro, così da scegliere senza dubbio quello in pianura. Il meccanismo era naturalmente utile anche in mille altri frangenti: nello stimare il tempo necessario a scalare una montagna, o a valicare un passo per raggiungere un fiume. Se vi era dislivello, occorreva che il cervello valutasse “un po’ più difficile” raggiungere l’obiettivo. In termini scientifici, come ci ricorda il naturalista Aldo Zullini, il nostro “spazio visivo mentale” non è sferico ma anisotropo: come un pallone da rugby. E’ per questo motivo che i Romani avevano stimato le Alpi alte 40.000 metri, e sempre a causa di questa anisotropia il sole all’orizzonte ci sembra molto più “a portata di mano” di quando si trova alto nel cielo. La nostra “telecamera”, dunque, interpreta la realtà fornendoci dati più accurati sui pericoli del mondo circostante. E in una maratona quand’è che questo meccanismo ci viene utile (o può farci danno)?
Contro il muro Quando corriamo una maratona – ancor più se siamo alle prese con la nostra prima – sappiamo che prima o poi incontreremo il cosiddetto “muro” del 35esimo km. Questo momento di totale smarrimento fisico e mentale, in cui sembra che le energie ci abbiano definitivamente lasciato, ha precise basi biochimiche, da noi più volte discusse. I serbatoi del glicogeno – il nostro carburante migliore – si esauriscono più o meno in quel momento per tutti, e se non abbiamo imparato in allenamento a consumare anche grassi fin dal primo metro, la crisi è garantita. Per attivare il consumo dei grassi è importante partire piano, ad un ritmo “facile”. Se con i muscoli freddi facciamo i primi km (come spesso alcune “lepri” inesperte fanno) cercando di recuperare i secondi persi in partenza, siamo cotti e cucinati. Inizieremo a consumare solo zuccheri, e li esauriremo ben presto. In quella situazione ci troveremo, al procedere dei km, con una sensazione di fatica crescente. La nostra mente “anisotropa” come reagirà? Mente e corpo sono per noi un’unica entità. I segnali di fatica che i muscoli ci trasmettono via via che la maratona procede non sono casuali, ma modellati dall’evoluzione in modo preciso. Se per portare il mio corpo in cima a “quella montagna” devo fare una fatica doppia del normale, la mia mente deve percepire quella distanza come doppia. Così come ha fatto col leone e l’albero dell’esempio appena visto. Non è solo il nostro spazio ad essere anisotropo: lo sono anche le nostre percezioni mentali. Ed è giusto che sia così. Se siamo stanchissimi, anche pochi km devono sembrarci lunghi, o non riusciremo a conservare le energie per arrivare in fondo. Non si tratta più di una percezione visiva: è l’insieme delle nostre percezioni che – nel complesso – diventa interpretazione e non più realtà.
Realtà o interpretazione? E’ esperienza di tutti coloro che hanno corso una maratona: quando mancano 7 km all’arrivo, e ne abbiamo già percorsi 5 volte tanti, razionalmente ci dovrebbe sembrare una sciocchezza. E invece non lo è. A me in passato è capitato di fermarmi qualche istante anche al ristoro del km 40, tanto mi sembravano lunghi i due km residui. E ne avevo già corsi 20 volte tanti! Prepariamoci a sapere che il nostro ritmo nel finale subirà l’influsso mentale della nostra percezione anisotropa, che sarà tanto maggiore quanto più intenso sarà il nostro affaticamento. Potremo così opporle un correttivo, che ci aiuterà a meglio affrontare i km mancanti. Prendere atto di questa relazione, che a molti sfugge, non è poco. Vuol dire avere imparato a riconoscere il fatto che il nostro cervello non legge, ma interpreta. Interpreta la distanza che manca all’arrivo, così come un insulto, una malattia, una relazione affettiva, un regalo. Non leggiamo mai i fatti ma ciò che la nostra mente è programmata a leggere. Capirlo può significare sdrammatizzare qualche situazione e sorridere un po’ di più di noi stessi e delle nostre importanti cose. Esercizio quanto mai prezioso nel complicato mondo in cui ci troviamo a vivere.
Vocabolario
| Anisotropia | E' il contrario di isotropia. Si dice isotropo uno spazio o un pezzo di materia quando le sue proprietà (ottiche, termiche ecc.) sono uguali in tutte le direzioni. | |